Visioni

Paura della libertà

Alfonso Pascale

Andrebbe ripreso, in questi tempi di cambiamenti tumultuosi e di derive populiste, un testo di Carlo Levi che forse abbiamo letto distrattamente. Si tratta di Paura della libertà, un quaderno scritto nell'inverno 1939-40 e pubblicato nel 1946.

Dinanzi alla minaccia di distruzione imminente che sovrasta sull'Europa, lo scrittore fa i conti con la storia. Il testo viene dato alle stampe non perché quella condizione di pericolo sia "morta", ma con la consapevolezza che possa sempre "ritornare".

Il libro torna in libreria per i tipi di Neri Pozza di Vicenza con un'introduzione di Giorgio Agamben. Ne ha scritto su "Domenica" del "Sole 24 Ore" del 18 agosto Davide Bidussa. Il tema non è solo il bilancio ma anche la diagnosi.

La dimensione del vissuto della politica non ha più quella della missione ma quella della sudditanza, come macchina in cui la personalità e il profilo individuale tendono a eclissarsi per affermarsi solo come gerarchia di figuranti. Nel libro emergono e sono analizzati le ossessioni, le fantasie, i meccanismi culturali e mentali, le parole che rendono estranei molti dei conoscenti fino a ieri prossimi.

Il tema sono le masse e l'affidamento allo Stato perché dia la certezza di una protezione che prima di tutto è richiesta di esclusione, selezione, separazione da chi non conosciamo. Poi è la costruzione di un vissuto religioso il cui fondamento è dato dall'ansia di avere un nemico; poi la dimensione di sacrificio, di immolazione, di violenza che sono suggestioni e derive di quella cultura della morte (sicuramente di destra, ma che alberga anche in settori della sinistra).  

Al fondo c'è la morte della politica come impegno a costruire un domani responsabile. Paura della libertà è da rileggere perchè è un libro folto di idee sulla rinascita e la riscoperta della civiltà. Di tali idee oggi si avverte un gran bisogno.

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