Visioni

Per i nostri figli

Alfonso Pascale

A che deve servire la politica? A decidere del futuro di una comunità. Non un futuro lontano e generico, in cui porre tutto… e il contrario di tutto, una cosa… ma anche il suo opposto. Tanto poi – si dice – accadrà quel che accadrà indipendentemente da noi.

La politica deve servire a decidere hic et nunc di un futuro prossimo che obbliga. Per dare un senso concreto al carattere obbligante dell’avvenire ci aiuta un’espressione comune: “per i nostri figli”. La misura concreta del tempo della politica dovrebbe difatti essere la stessa delle azioni e delle opere che svolgiamo nella vita di ogni giorno: guardare alla generazione successiva alla nostra.

Come osserva Salvatore Natoli, il termine ebraico per “generazioni” è “dor”, che significa “cerchio”, “riunirsi attorno”: indica dunque continuità e passaggio. Infatti, nell’espressione “di generazione in generazione” più che il termine “generazione” sono importanti le preposizioni “di… in…” che indicano ciò che nel tempo dura: indicano un inizio di cui non si vede l’origine e un futuro di cui non si vede la fine.

Anche l’umanità, come l’avvenire, non è un’astrazione. La si riconosce e rispetta nell’uomo che ci sta accanto. C’è un comune futuro che lega le generazioni l’una all’altra e c’è un comune senso di umanità che vincola uomini e popoli.

La politica deve provvedere a ciò che è comune. Soprattutto nei crocevia della storia. E anche quando chi agisce non vedrà l’esito di ciò che fa. Nel passaggio da una generazione all’altra non possiamo evitare la morte e il dolore connesso alla nostra mortalità. Ma quello che sicuramente possiamo evitare è il dolore che c’infliggiamo l’un l’altro. Questo è il terreno proprio della politica.

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