Visioni

Todos Caballeros. A proposito di Farinetti

Felice Modica

Com’era prevedibile, ha suscitato polemiche il commento di Oscar Farinetti sul “federalismo alimentare” e il conseguente proliferare di Doc, Docg, Igp, che “all’estero non sono capite, ingenerano confusione”. In definitiva, servono ai politici che “quando tornano sul territorio, si vantano di tutelare un prodotto tipico locale e in realtà hanno fatto l’opposto”.

Il patron di Eataly ha raccontato di avere impiegato mezz’ora, in Cina, a spiegare ad un imprenditore del posto cosa significasse la scritta Doc su una bottiglia di vino italiano. Poco dopo, avrebbe commesso l’errore di mostrare alla stessa persona un’altra bottiglia con la scritta Docg. E ha dovuto spendere un’altra mezz’ora per spiegare il significato della Denominazione di origine controllata e garantita. Senza riuscirci del tutto. Dal momento che il buyer cinese ha chiesto (legittimamente): “ma allora l’altra bottiglia non è garantita?”

Meglio, quindi, un’unica sigla, sostiene Farinetti: il marchio unico Italia, piuttosto che tanta confusione a disorientare gli stranieri.

Per esperienza diretta so che gli stranieri – la nostra ultima speranza di salvezza – sono tutt’altro che sprovveduti. E hanno imparato a guardare con un certo distacco le certificazioni italiane. Mettiamo i giapponesi: prendono, analizzano, degustano, valutano. E poi ti fanno la radiografia, la conta dei globuli, assumono informazioni sulla tua famiglia e su tua suocera. Infine, se gli sei piaciuto, ti sposano. Ed è un matrimonio di quelli come oggi non se ne vedono più… Che dura tanto tempo. E i prodotti che gli vendi, non li comprano certo perché possiedono una certificazione o una medaglietta rilasciata da un consorzio…

Tempo fa, assistito dall’enologo Giovanni Rizzo, iniziai la produzione di un passito di Nero d’Avola secondo il metodo classico di Pantelleria. Un prodotto particolare, frutto di una scelta “luddista” (tutto lavorato a mano), che mi ha dato parecchie soddisfazioni, anche di critica. Per vari motivi la produzione è molto limitata e le poche migliaia di bottiglie che escono ogni anno (dopo un’attesa di almeno quattro), si esauriscono presto. Nei suoi quasi 15 anni di vita, il mio vino si è chiamato “da uve stramature”, “passito di Nero d’Avola” (che resterebbe la dizione più corretta) e “vino rosso passito”. Quest’ultima definizione, priva del benché minimo “titolo nobiliare”, è quella attuale: decisamente “proletaria”, in quanto, per legge, non si possono ricavare vini passiti dalle uve non aromatiche. Come, appunto, il Nero d’Avola.

Inizialmente la cosa mi dispiacque. Oggi mi è del tutto indifferente. Tant’è che ho rinunziato a cambiare etichetta per l’ennesima volta, profittando dell’istituzione della Doc Sicilia, che prevede espressamente il passito da Nero d’Avola.

Il prodotto è conosciuto e apprezzato e davvero non credo necessiti di un’ulteriore qualifica per migliorare il suo impatto commerciale.

Ovviamente, si tratta di un piccolo esempio personale. Farinetti può permettersi di parlare in grande e di rivelare al mondo, come il bambino della bella favola di Andersen, “i vestiti nuovi dell’imperatore”, che “il re è nudo”. Già si contano le reazioni piccate dei politici che si ergono a paladini dei territori (elettorali). Ma sono solo battaglie di retroguardia.

Nella caduta degli imperi, i cavalierati e i titoli onorifici notoriamente abbondano. E, si sa, quando sono “todos caballeros”, finisce che si va tutti a piedi…

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