Visioni

Verso il 25 settembre. Come può nascere un credibile terzo polo

Alfonso Pascale

Per nostra fortuna il governo Draghi si dovrà occupare degli affari correnti fino almeno ad ottobre, se non fino a dicembre. E così avremo almeno la certezza che saranno rispettati i termini e vincoli europei e costituzionali relativi alla procedura di bilancio e quelli legislativi per l’approvazione dei decreti delegati.

Poi, nel 2023, con molta probabilità ricomincerà il balletto che abbiamo visto dopo le elezioni politiche del 2018.

Ci saranno accordi che si infrangeranno e nuove alleanze che si formeranno su obiettivi di breve periodo. A dispetto delle promesse fatte agli elettori.

Continueremo, pertanto, ad avere governi instabili e un sistema politico che perderà ulteriormente credito in Italia e soprattutto all’estero.

Questa situazione non dipende solo dalla fluidità dell’elettorato, che è ulteriormente cresciuta negli ultimi tempi, ma anche dalla scarsa capacità aggregativa delle forze politiche.

La quale deriva dall’inesistente democrazia interna ai partiti, dalla debolezza della loro offerta politica, dalla loro propensione ad interessarsi all’aggregazione solo nei periodi preelettorali.

Mali che vengono da lontano e che nessun leader politico ha mai voluto affrontare.

Quello che si respira in questi giorni è una eclissi della politica. Non ci sono idee. Non ci sono proposte.

E i programmi che si presenteranno nei prossimi giorni saranno frutto di improvvisazione preelettorale, non di una collaborazione tra forze politiche con ideali comuni, maturati con l’esperienza e il tempo.

La novità di questo appuntamento elettorale è costituita dall’elevata percentuale di giovani che parteciperanno per la prima volta ad una elezione politica nazionale: il 6 per cento degli aventi diritto al voto.

È da sperare che questo numero così cospicuo di nuovi elettori non vada ad ingrossare le fila di quel 27 per cento di astensione, registrato alle elezioni del 2018.

Senza la politica anche la classe dirigente appare del tutto inadeguata. Una inadeguatezza che è una conseguenza, non la causa, del deficit di politica.

Dopo il fenomeno grillino che ormai è imploso, in Italia si confrontano due polarità le cui fragili identità continuano a definirsi nel conflitto.

La loro propaganda spinge verso racconti della democrazia per estremi. Racconti spesso confusi e incoerenti con le alleanze europee di cui i diversi attori fanno parte.

Una polarità chiama a raccolta nazionalisti e sovranisti contro un nemico inesistente che vorrebbe aprire le frontiere a tutti e distruggere le identità degli stati.

L’altra polarità che fa, anch’essa, appello all’unità nel momento del pericolo imminente come se vivessimo una emergenza democratica.

Le paure di entrambi gli schieramenti sono soltanto grandi alibi per non cambiare, non adattarsi alla nuova realtà e coprire l’umanissimo istinto di sopravvivenza.

Ci vorrebbe il racconto nuovo di un Occidente e, in esso, di una Unione Europea, che si reinventano per essere protagonisti del nuovo ordine mondiale che nascerà dallo scontro in atto tra regimi autocratici e democrazie liberali.

Come contribuire a costruirlo?

Ormai è chiaro che il 25 settembre la sfida è quella di sfondare i due poli che si contendono la partita. Due poli che fanno da involucri ai resti di un decrepito sistema politico e che giocano a contrapporsi su ideologismi e ricette populiste.

Ma un Terzo Polo che ambisca a superare nelle urne il 10 per cento dei consensi non può nascere solo dalle identità di piccoli raggruppamenti che si sono formati, in questi ultimi anni, intorno a singole personalità.

Ci vuole la capacità di lanciare un progetto liberaldemocratico che si presenti come un laboratorio di futuro. Una sintesi di culture diverse che si riconoscono reciprocamente e dialogano intensamente. Nuove élite orizzontali che guardano al futuro.

Dario Di Vico ha provato, in un articolo apparso sul “Foglio”, a tracciare una piccola mappa delle élite orizzontali del Paese.

È partito da quella dell’export. Si tratta di qualche migliaio di imprenditori che ha reso possibile una straordinaria discontinuità. L’Italia è uscita dalla Grande crisi del 2008-2015 con una roboante affermazione delle nostre esportazioni. E alla base di questo successo c’è una scuola di dirigenza estremamente selettiva che sforna professionisti dei sistemi complessi, capaci di stringere relazioni economiche a livello globale.

Di Vico ha poi individuato un secondo gruppo, costituito dalla élite dell’economia della conoscenza. Per quantità è del tutto più esigua rispetto a quella dell’export. Ma anche in questo caso è decisivo il network internazionale. La constituency dell’innovazione è formata da ricercatori, architetti, fundraiser, tecnologi, avvocati d’affari, designer che provengono dalle università, dalle professioni e, in qualche caso, dalle imprese.

Un terzo gruppo è, infine, quello degli expat. Quelli che formano questa élite lavorano negli organismi internazionali, fanno gli sherpa, sono negli organigrammi delle grandi multinazionali, hanno vinto cattedre o assegni di ricerca nelle università europee e no. L’associazione “minima&moralia” fondata da Fabrizio Pagani ne è un collettore.

Come queste élite orizzontali si rapportano con la politica?

Quella dell’export, soprattutto al Nord, ha maturato un rapporto di delega con il centrodestra: dapprima con Forza Italia e poi con la Lega. Nell’ultimo anno ha vivamente apprezzato la statura internazionale di Mario Draghi. E, di conseguenza, è fortemente critica verso chi ha fatto cadere il suo governo. Cerca, pertanto, di capire quali forze politiche potrebbero costituire un punto di riferimento affidabile.

L’élite dell’innovazione ha una più forte propensione a stabile un rapporto con la politica. E non solo perché la loro crescita può dipendere da decisioni collettive, ma anche per un maggiore senso dell’insieme. Sono professionisti sistemici: non possono permettersi di essere anarchici, specie in un Paese che ama disperdere le proprie risorse pubbliche.

L’élite degli expat ha un attaccamento quasi viscerale con la politica nazionale e s’indigna per le non-scelte del proprio Paese. Soffre di una sorta di inferiority complex nei confronti delle élite anglosassoni, tedesche e francesi. Draghi a Palazzo Chigi ha costituito per gli expat una grande rivalsa, il sogno di poter suturare la ferita d’amore che li fa star male. Sono chiaramente mal disposti verso quella destra che voleva uscire dall’euro o più in generale ama mostrarsi euro-aliena. Ma non sanno su chi puntare.

Il Terzo Polo dovrebbe partire da qui.

In queste pochissime settimane che ci separano dal voto, dovrebbe inventare una qualche relazione concreta e credibile con le élite dell’export, dell’innovazione e degli expat.

Se almeno tentasse questa impresa politica, il nascente Terzo Polo potrebbe anche attrarre altre élite che sognano una discontinuità nei rapporti tra politica e società. Come l’élite dell’innovazione sociale. Il segnale sarebbe: si può fare!

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