Terra Nuda

Corato, Coratina

Tutti conoscono le virtù della cultivar “salva oli”, molti ignorano la città che ne ha determinato il nome. Il racconto del presidente Unapol Tommaso Loiodice, coratino che ama la Coratina e crede nell’agricoltura come via di svolta e di rilancio del Paese

Luigi Caricato

Corato, Coratina

Tommaso Loiodice è a capo di Unapol, una unione nazionale di olivicoltori tra le più attive. Io l’ho avuto tra i relatori a Olio Officina Food Festival 2014, ascoltandolo con grande piacere, condividendone la visione.
Ha 49 anni, è perito agrario, ed è di Corato. Un luogo simbolo per la Puglia. Forse poco conosciuto, se non addirittura ignorato da chi non è pugliese. Pochi senza dubbio associano la cultivar Coratina alla città di Corato, ma tant’è: nomen omen.

A Milano ricordo che in gennaio dissi proprio pubblicamente a Loiodice che la sua città dovrebbe risvegliarsi e fare della Coratina il proprio elemento simbolico.
Spesso si associa la Coratina, questa prestigiosa ma poco compresa varietà di olive, con il nord della Puglia, senza dare il giusto rilievo alla città che con orgoglio ne ha determinato il nome. Ho promesso che gli avrei dato un aiuto nel portare avanti questa valorizzazione della cultivar Coratina proprio a partire dai riflettori da porre sulla città di Corato.

La pianta di olivo Coratina io la definisco “salva oli”. Non c’è olio ricavato in ogni angolo d’Italia che non venga resuscitato dalla Coratina. L’olio che si ottiene dalla spremitura non è soltanto di qualità, ma ha gran carattere e personalità. Intanto se ne estrae in abbondanza, la resa in olio è elevata, il che non guasta. In più è ricco di biofenoli, motivo per cui è tanto ambìto, perché conferisce note fruttate intense agli oli, il che comporta un bagaglio in sostanze antiossidanti davvero significativo. Non solo: anche l’amaro che tanto spiazza al primo assaggio i più impreparati, è così concentrato in ragione dell’elevata quantità di oleuropeina presente nell’oliva. Così pure la stessa percezione della nota piccante è la conseguenza di un profilo compositivo, in termini di molecole pregiate, davvero ineguagliabile. Perché allora non credere in questa meraviglia di cultivar e lanciarla nell’ottica di un consumo moderno in cui l’amaro e il piccante, raccontati bene, non spaventino più il consumatore ma lo spingano a comprenderne il valore?
Ecco allora Corato, un po’ come Taggia lo è per la Taggiasca: una città, una cultivar.

Presidente, cos’è accaduto? Perché la Coratina non viene associata immediatamente a Corato?
Per un insieme di ragioni, io credo. Anche Taggia non la si associa alla Taggiasca, in fondo. Appare tutto così naturale che non ci si pensa nemmeno.

E l’altra ragione? E’ forse imputabile alla scarsa conoscenza del vasto patrimonio varietale di cui l’Italia dispone? Ne abbiamo ben 538 di cultivar, magari nemmeno si presta attenzione ai nomi delle stesse…
Sicuramente. L’attenzione per il patrimonio varietale è solo recente, e riguarda solo gli addetti ai lavori. Però c’è anche da dire che l’agricoltura non è stata mai vista come qualcosa di integrato alla città. La dimensione agricola erroneamente la si è tenuta staccata da una dimensiuone cittadina. La campagna, in tutto il periodo storico, non solo recente, del nostro Paese, non è entrato propriamente nella sfera dell’urbano, ed è stato un errore di prospettiva che stiamo pagando a caro prezzo. I conmsumatori vivono i prodotti della terra con un certo distacco emotivo. Città e campagna invece dovrebbero convivere e condividere le peculiarità del territorio, il genius loci.

E la Coratina, per tornare a questa cultivar regina d’Italia, non può essere certo svincolata dalla città di Corato. A quando, dunque, una celebrazione in grande stile della Coratina e della sua città: Corato?
E’ un mio sogno personale che coltivo da tempo. Tanto più che nella mia veste di presidente Unapol, incontrando tanti esperti del settore di ogni paret d’Italia e del mondo, ho compreso il valore di questa cultivar, il suo prestigio, la sua centralità nell’unità produttiva non solo in ambito strettamente regionale. Vedrà che presto organizzerò qualcosa che lascierà un segno. Noi non possiamo perdere di vista la valenza simbolica che lega tale cultivar all’olio di alta qualità che se ne ricava. La mia città farà la sua parte, ha la mia parola.

Sono stato di recente ad Andria, per un convegno nell’ambito di un evento che celebrava proprio la Coratina. Secondo lei è tempo di un riscatto per questa cultivar troppo spesso ritenuta difficile da interpretare, al punto che gli stessi consumatori locali la consumano il più delle volte dopo mesi dalla spremitura delle olive?
Io credo che la Coratina debba essere ancora valorizzata, anche dagli stessi produttori. Molti la temono, per la personalità troppo marcata che manifesta, ma, si sa, chi ha gran carattere, deve solo renderlo più fruibile. Vedrà che la città di Corato farà la sua parte, esprimendo tutto ciò che finora non è stato fatto per rendere tale cultivar meno spigolosa e più facile da interpretare, senza con ciò far perdere la sua identità.

Lei si occupa di agricoltura e, a Milano, in occasione di Olio Officina Food Festival, nell’ambito del suo intervento ha stupito il pubblico per quanto si è dimostrato convinto che l’agricoltura possa far ripartire l’economia. Ecco, sarà possibile per davvero che l’Italia, la sua regione, la sua città, possano ritrovare finalmente l’orgoglio di credere in un’economia agricola forte e strutturata?
Ne sono più che concinto, occorre solo superare certe resistenze di tipo culturale. Per decenni abbiamo rifiutato l’agricoltura, associndola a qualcosa di sconveniente, di scarso appeal. Non è così. Dopo questa fase di profonda crisi vedrà che a risollevarci sarà proprio l’agricoltura. Non più quella investita dalla misera e dello sfruttamento dei contadini, così come avveniva in passato, ma un’agricoltura che sa trovare nelle forze giovani la chiave di lettura per reinterpretare non solo l’economia, ma anche la stessa società, recenperando quei valori perduti, quel senso di civiltà che può venire solo dal radicamento alla propria terra: non a parole, ma con i fatti. Io sono ottimista. Non sarà un processo immediato, ma dopo le incertezze e lo smarrimento l’agricoltura salverà il mondo.

Insieme con la Coratina…
E’ evidente, insieme con l’olio da olive Coratina, in purezza o in associazione con altre cultivar, prodotto dagli olivicoltori di Corato.

La foto di apertura è tratta da Internet.

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