Saperi

La “lucidità” del gesto criminale

È ricorrente l’assistere a dichiarazioni di capacità di intendere e di volere, esse, normalmente, vengono espresse su basi che non hanno metodo scientifico bensì si basano su pareri, seppure dotti, assolutamente privi di oggettività biologica e in assenza di indicatori molecolari che traccino il percorso dello stato cosciente di chi ha commesso il misfatto

Massimo Cocchi

La “lucidità” del gesto criminale

La coscienza come consapevolezza di sé e delle proprie azioni, rimane l’unico vero ancoraggio di cui dispone l’individuo a giustificare - meglio: a testimoniare - l’azione che ha commesso, sia essa rivolta al bene sia essa rivolta al male.

Allora il problema che si pone è di quale “coscienza” si parla.

Cerchiamo di affrontare l’argomento, peraltro di grande complessità e difficoltà, sulla base di risultati ormai consolidati nella comunità scientifica, del riconoscimento della condizione psichiatrica sotto un profilo biochimico-molecolare (Cocchi et al.) e nella consapevolezza che nella patologia psichiatrica si inscrive una specifica condizione cosciente, come ipotizzato da Graham e Stephens (2006), che hanno formulato una tesi che riconosce che “la malattia mentale è una malattia nella e della coscienza”.

Altri scienziati, nel mondo hanno ormai consolidato la possibilità di distinguere la complessità psichiatrica sotto il profilo genetico, come ad esempio, Niculesco a New Orleans e Mark Rasenick a Chicago, sotto il profilo molecolare di una porzione della membrana neuronale che viene definita raft lipidico.

Proprio queste evidenze hanno condotto un gruppo di scienziati, nel 2008, a tentare una proposta di via molecolare della coscienza:

Naturalmente questa proposta ha avuto un’ulteriore evoluzione fino alla più recente ipotesi che arriva al coinvolgimento dei canali ionici, laddove, presso l’Istituto Atomico di Vienna è stato dimostrato, con una funzione matematica ad hoc, che una piccola riduzione di concentrazione dell’acido linoleico, quindi una piccola modifica della membrana, può ridurre il flusso del potassio del 50% compromettendo la trasmissione neuro-elettrica (Summhammer et al. 2020):

dando origine a un gruppo coeso nello studio del percorso molecolare della coscienza:

Questo, a grandi linee, il percorso di studio e ricerca fino ad ora condotto.

Prima, tuttavia, di ritornare al concetto contenuto nel titolo dell’articolo sono necessarie alcune osservazioni.

Nella logica biochimica che ha condotto alla caratterizzazione della psicopatologia nei vari aspetti c’è un’evidenza sopra ogni altra considerazione, la psicopatologia è sottesa alla normalità, si differenzia inoltre dalla stessa, per l’elevato contenuto piastrinico (ricordiamo che la piastrina è assimilabile al neurone) di acido arachidonico, la ragione principale che modifica la captazione della serotonina. In entrambi i casi patologici (MD=Depressione Maggiore e BD=Disordine Bipolare) la serotonina viene captata in quantità di gran lunga inferiori alla condizione di normalità, così come si differenzia fra le due patologie, nella MD viene captata ancora meno rispetto al BD.

Nelle piastrine dei soggetti con Depressione Maggiore (dx) la serotonina è sensibilmente ridotta rispetto ai soggetti con Disordine Bipolare (sn):

In parole povere nelle condizioni di normalità la serotonina viene captata in quantità adeguate, nelle altre condizioni cala sensibilmente la captazione, condizione tipica che si esprime nella psicopatologia.

Detto ciò, è chiaramente dimostrato che possono esistere due differenti livelli di coscienza, una sorta di “coscienza staccata dalla normalità” nella condizione psicopatologica.

Un percorso sub molecolare della coscienza è potenzialmente rintracciabile studiando indirettamente il comportamento della membrana cellulare in diversi stati psichiatrici. Abbiamo dimostrato che le membrane piastriniche dei pazienti psichiatrici hanno una mobilità alterata a causa di modificazioni del cosiddetto asse molecolare (che comprende la membrana, la zattera lipidica e il citoscheletro in stretta unità) e quindi diverse condizioni di coscienza.

Non è mio desiderio entrare in polemica con chi, come succede nel caso del recente omicidio effettato dal ragazzino sulla povera ragazzina, si premura di ritenere che l’atto non sia una funzione psicopatologica, ma di estrema lucidità.

Certamente in questi casi non c’è perdita di coscienza, ma come possiamo lasciare a valutazioni e giudizi personali, come viene riferito dai media il parere degli esperti, il giudizio sulla coscienza del soggetto che ha commesso l’atto?

La mancanza di accettazione da parte della psichiatria del ricorso a indagini di tipo biochimico-molecolare è presunzione di onnipotenza e negazione che il cervello sia un organo come gli altri, laddove alterazioni funzionali, oggi identificabili, possono alterare il comportamento del soggetto, dal suicidio all’omicidio, così come alterazioni funzionali del fegato, ad esempio, possono determinare steatosi o cirrosi con lo sconvolgimento della sua funzione.

In definitiva la possibilità di estendere l’indagine molecolare alla persona imputata di reato omicidiario sarebbe di prezioso ausilio per la chiarezza interpretativa dell’accadimento, ovvero sia della sua capacità di intendere e di volere sia della sua pericolosità sociale.

Dopo oltre un secolo di “psichiatria” condotta, mi sia consentito, in libertà di giudizio, si farebbe giustizia delle tante valutazioni che, pur seguendo linee guida condivise dalla comunità psichiatrica forense, risentono comunque sempre tanto, se non troppo, della dimensione soggettiva delle medesime, a scapito di corretti giudizi finali sull’attribuzione della pena, nonché del rispetto per la malattia mentale e del diritto dovere che essa venga adeguatamente curata.

Di fatto, la giustizia potrebbe essere arbitro non solo nell’attribuire la colpa ma di rispettare, pur nell’isolare l’individuo colpevole, la “dignità” e la “legittimità” di essere soggetto patologico.

A maggiore ragione prendiamo con cautela certi pareri criminologici che, seppur proferiti da professionisti di settore, non hanno, tuttavia, la specifica competenza per emettere valutazioni che stanno solo sul piano della “libera espressione” personale.

Non voglio concludere affermando che tutto è stato compreso su questo delicato tema, ci mancherebbe altro, tuttavia, mi sembra che l’autorevolezza del gruppo che partecipa allo sviluppo di questo lavoro possa introdurre un elemento di dubbio sul rigore della diagnosi psichiatrica, sulle dinamiche della coscienza e su conclusioni non suffragate da elementi di prova biochimica e molecolare.

La foto di apertura è di Olio Officina

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