Saperi

Uno scarabeo d’oro: il riconoscimento di cui l’Occidente è in obbligo a Vladimir Putin

Tutte le onorificenze assumono la forma di una medaglia. Mentre per questa caricatura di Pietro il Grande non potrebbe essere altro che uno scarabeo, simbolo supremo dei faraoni egizi, a elogiare le gesta che hanno portato le risorse del proprio Paese a essere gettate a una congrega di parassiti. Con quella che ha sempre definito come un’“operazione speciale” il presidente russo ha portato a conseguenze irreparabili per decenni la propria terra, e lasciamo che sia un ordine non ancora esistente a conferirgli dei meriti. Sì, ma quali?

Antonio Saltini

Uno scarabeo d’oro: il riconoscimento di cui l’Occidente è in obbligo a Vladimir Putin

Un piccolo paese ormai semidistrutto, migliaia di uomini e donne annientate dalla sistematica distruzione di edifici civili, migliaia di fanciulli rinchiusi, è ignoto dove, in carceri minorili perché vi apprendano il russo e si controllino crudamente per non lasciarsi sfuggire una parola nella lingua appresa da mamma e papà, greggi di pecorame umano trasferiti nei lager siberiani giù usati da Stalin, assolutamente identici a quelli realizzati secondo gli ordini di chi di Stalin fu il maggiore nemico e l’autentico fratello di latte, il caporale Hitler.

Greggi di uomini e donne trasferiti, nelle tradotte care ai due tiranni, secondo notizie assolutamente incerte, siccome in un paese che rivendica le proprie origini nella barbarie tartarica, alla Croce Rossa Internazionale non è consentita alcuna missione di verifica.

E migliaia di uomini torturati, di donne violentate, di bambini sgozzati con il piacere che il più brutale nomade dell’Altaj prova ammazzando un agnello o un porcellino, bestialità di cui sussistono, ormai, dossier di prove inconfutabili, i cui volumi si moltiplicano appena i macellai in divisa russa abbandonino un villaggio e si spostino in un altro, portando con sé mobili, icone, posate e soprammobili, siccome il militare sovietico (russo, ma il lapsus è inevitabile) oltre che assassino, se aspira ad una decorazione, deve essere anche ladro. In ciò distinguendosi dai militari della Wehrmacht, nella quale, salvo i corpi agli ordini di Goering, il maggiore ladro d’arte della storia umana, i ladri venivano fucilati, a dimostrazione che tra gli ufficiali della medesima lo spirito della società tedesca non era stato radicalmente annientato.

A prova inconfutabile  si può menzionare il colonnello austriaco che, rilevato, studiando la linea del fronte, che, per raggiungere Roma, gli Americani avrebbero dovuto annientare il “saliente” di Montecassino, certo che avrebbero provveduto con l’aviazione strategica, chiese al comando tre autocarri e impiegò i propri ragazzi, che sapeva destinati a perire sotto le macerie, a caricare e trasferire a Roma, negli annessi della basilica di San Paolo, i tesori d’arte raccolti nel maggiore monastero benedettino dell’Occidente.

La vicenda, narrata da un commilitone, è stata magistralmente tradotta da un antico amico sudtirolese, che aveva combattuto nel corpo dei Panthergranadieren tedeschi, Giovanni Biadene.

In cosa consistesse un intervento dell’aviazione “strategica” Usa me lo spiegò un asso dell’aviazione ungherese, decorato, alla dissoluzione del giogo sovietico sul proprio Paese, per le azioni di mitragliamento delle colonne russe che quel paese avrebbero soggiogato: uno stormo di “stratofortezze”, i B 52, generalmente usati in formazioni di 100 unità, che significava, oltre a centinaia di tonnellate di bombe, 700 mitraglieri e 100 cannonieri, praticamente inattaccabili, quindi, da qualsiasi formazione di caccia. 

Dichiaro, quindi, di reputare oltraggioso comparare agli stupratori dell’esercito russo (solennemente premiati dall’antico funzionario (più proprio sarebbe l’impiego del termine boia) della Lublianka, la maggiore industria della tortura della storia umana) i militari della Wehermacht, nella generalità autentici soldati, siccome brutalità di ogni genere e specie erano delegate, tra i ranghi del Terzo Reich, ai due corpi specializzati, le Schutzstaffelen, in acronimo SS, del Lagerkommandant Heinrich Himmler, e la Gestapo, sulla quale esercitava il controllo del Fuehrer il fedele Martin Bormann.

Chi scrive, annoto, non si reputa, quindi, disonorato per essere stato preso tra le braccia e baciato da un colonnello d’artiglieria prussiano dopo avere cantato, la notte di Natale 1944, non aveva ancora due anni, Stille Nacht (Mamma aveva studiato a Vienna), in piedi sulla tavola apparecchiata alla quale era seduto un intero comando tedesco, insediatosi nella villa di campagna che costituiva, allora, la dimora di famiglia.

Proprio dalla comparazione desumo essere doveroso, per l’intera società dell’Occidente, assegnare un’onorificenza a Vladimir Putin.

Quale onorificenza, e per quali meriti?

Rispondendo al primo quesito preciso che a rilasciarla dovrebbe essere un ordine non ancora esistente, che dovrebbe essere costituito appositamente, e che reputo sarebbe confacente intitolare a Gengis Khan, uno dei conquistatori più bestiali dell’intera storia umana, autore di efferatezze in cui è coerente riconoscere i precedenti delle valorose imprese dei militari russi a Bucha e nelle decine di villaggi di cui è stato riconosciuto in Bucha il prototipo e l’esempio di osservanza del regolamento di servizio dell’Armata, a scelta, russa o rossa.

Ma anche la comparazione dei due tiranni impone una precisazione: mentre due mesi di guerra hanno rivelato urbi et orbi  (in italiano al mondo intero) che l’opzione capitale del despota russo sarebbe consistita nel circondarsi di una schiera di adulatori (il termine più congruo sarebbe, seppure volgare, leccaculo) che, nella successione degli scacchi subiti, il più clamoroso l’affondamento della superba “ammiraglia”, l’erede di Stalin ha dovuto rimuovere, sostituire, in numero cospicuo arrestare, il signore delle orde mongoliche avrebbe posto al comando di ciascun corpo dei propri cavalieri un autentico capo militare, in grado di dominare una schiera di arcieri selvaggi come docili agnelli, un rilievo cui deve aggiungersi che anche nella scelta dei consiglieri il grande Mongolo non prediligeva gli yes-men cari al successore.

Propone l’esempio più eloquente la decisione di seguire il suggerimento di Yelu Ch’u-ts’ai che avrebbe deciso il futuro dell’intero continente asiatico.

Ch’u-ts’ai era figlio di un’etnia diversa da quella del sovrano, il quale, sconfitta la medesima, percepì la straordinaria intelligenza di uno dei maggiorenti del popolo soggiogato, del quale avrebbe fatto l’interlocutore di lunghe conversazioni.

Conversazioni assolutamente libere: nel più assoluto riserbo, al nuovo suddito il sovrano consentiva di proporre qualunque obiezione ai propri convincimenti: nessuno avrebbe mai saputo che all’ultimo suddito fosse consentita tanta libertà, ma il Gran Khan non si chiamava Vladimir, e, se riponeva la propria fiducia in un antico nemico, era certo di poterlo fare: la sua stima ripagava la riservatezza.

Così, quando, soggiogata l’intera Cina, al suo tempo già impero sconfinato, i suoi capitani gli chiesero, unanimi, di distruggere l’immenso reticolo di canali che facevano del paese una sconfinata risaia, volle conoscere il parere del proprio consigliere segreto, che si oppose calorosamente all’ipotesi, suggerendo l’opzione opposta di conservare canali e risaie imponendo ai nuovi sudditi una decima in natura, che avrebbe assicurato al suo Signore una messe di riso tale da nutrire le armate più sterminate.

E i cavalli? avrebbe chiesto il Khan. La Cina, rispose Ch’u-ts’ai, era circondata da sconfinate aree collinari e montane, in grado di nutrire le decine di migliaia di giumente necessarie a procreare il numero di cavalli indispensabile per la conquista del Mondo.

Stabilita la denominazione dell’organismo cui dovrebbe essere demandata la consegna dell’onorificenza allo sterminatore della nazione ucraina, non costituisce scelta meno essenziale decidere quale consociazione, chiesa o movimento quell’organismo dovrebbe costituire, ma anche la soluzione dell’ulteriore problema non propone difficoltà insormontabili, reputando, chi scrive, che offrano tutte le caratteristiche, e assicurino tutte le necessarie garanzie, le innumerabili sette satanistiche il cui pullulare costituisce uno dei fenomeni più inquietanti dello scenario psicologico (più propriamente psicopatologico) che ci propongono gli anni in cui viviamo.

E nella nebulosa di sette, congreghe e culti esoterici non v’è dubbio si elevi, mille metri al di sopra delle conventicole similari, il sodalizio che si definisce con il titolo di Biodinamica, un’accolita fondata dal negromante balcanico che suggerì ad Hitler i misteri cosmici sui quali si sarebbe fondata la dottrina sulle differenze razziali tra popoli diversi, il presupposto della strategia per lo sterminio, dopo il più oculato sfruttamento economico, delle razze “inferiori”, una strategia anch’essa ricalcata da Stalin e dall’erede attuale, ormai considerato, da organismi di sicura autorevolezza internazionale, il più feroce promotore, dopo il maestro nazista, della pratica del genocidio.

Ma quale forma dovrà sfoggiare, per risplendere con sontuosità adeguata, l’onorificenza per il sommo despota?

È l’ultimo dei quesiti cui è necessario dare risposta per assolvere al proposito ma anche all’ultimo interrogativo la soluzione da adottare per onorare il despota delle Russie non propone difficoltà insormontabili.

Tutte le onorificenze assumono, tradizionalmente, la forma di medaglie, nei casi supremi medaglie d’oro, e non credo possano sussistere dubbi nello stabilire che la medaglia d’oro da coniare per la ridicola caricatura di Pietro il Grande dovrebbe rappresentare uno scarabeo.

Già simbolo supremo del potere dei faraoni egizi, lo scarabeo (Scarabeus stercorarius, o, se si preferisca, coleottero merdaceo) costituirebbe il simbolo perfetto del mare di m. nel quale il Piccolo Padre ha gettato il proprio paese donandone le risorse alla congrega dei parassiti che lo circondava, che, ossequenti discepoli  della scuola staliniana, orgogliosamente privi di qualunque cognizione economica, tanta ricchezza hanno impiegato, seguendo il modello di ogni pascià orientale, per moltiplicare ville, yachts e gioielli, nell’assoluto disinteressati del futuro della Madre Russia, il cui progresso avrebbe imposto la capillare distribuzione della ricchezza, che avrebbe suscitato mille e mille piccole, medie grandi attività produttive.

Suggerita, peraltro, la consegna di un’onorificenza all’autocrate neostalinista, esaminate le peculiarità dell’organismo che dovrebbe essere delegato alla consegna, e la configurazione artistica della medesima, resta a chi scrive l’imprescindibile onere si precisare la motivazione dell’onore che propone di tribuire. Legittimamente, qualche lettore rileverà che il tema avrebbe dovuto costituire il prologo, non la conclusione di queste pagine, un’obiezione cui l’autore risponde, spero risultando persuasivo, che la premessa proposta sia alquanto più attraente delle riflessioni che seguiranno, argomentazioni in parte cospicua storiche e filosofiche che, poste all’inizio di questa pagine, avrebbero, verosimilmente, tediato il lettore, che l’autore spera sia indotto, dal prologo, ad affrontare, con la necessaria concentrazione, quanto seguirà.

Apro, quindi, la rievocazione storica ricordando che l’Occidente, l’insieme delle nazioni che popolano, cioè, le sponde opposte dell’Atlantico, cui si può sommare l’arcipelago giapponese, ha utilizzato gli strumenti della conoscenza scientifica, gli strumenti identificati, in Europa, dall’alba del Diciassettesimo secolo, da naturalisti britannici, francesi, italiani e tedeschi, per assicurare alle proprie popolazioni un tenore di vita sconosciuto all’intera Umanità nei centomila anni precedenti della propria esistenza, un tenore di vita fondato, eminentemente, su tre conquiste capitali: la sicurezza del cibo (fino all’Ottocento le popolazioni europee conoscevano sistematiche, o periodiche, orrende cadute degli approvvigionamenti), quella della salute (che non richiede l’analisi di traguardi meno eloquenti del prolungamento della vita media, della drastica contrazione della mortalità infantile, della scomparsa delle infezioni epidemiche, un successo repentinamente posto in dubbio, esattamente un secolo dopo la pandemia di Spagnola, dalla diffusione, sull’intero planisfero, del Covid.

Non occorrono, quindi, laboriose elucubrazioni sociologiche per dimostrare che le società occidentali si sono radicalmente assuefatte al tenore di vita loro assicurato da due secoli di straordinario progresso scientifico, tanto da giungere a reputarne assolutamente ovvi i risultati, e a irridere l’incontestabile dipendenza dei propri standard di vita dalla complessità della scienza sperimentale, con il conseguente dilagare delle più inverosimili fedi di matrice antiscientifica, sempre più radicalmente inquinate dalla superstizione o dall’autentico fanatismo, che hanno convinto milioni di uomini e donne che non sarebbe più indispensabile contare, per il benessere futuro, sulla scienza, quanto liberarsi dall’imperio della medesima per affidarsi a nuove credenze pseudonaturalistiche, del tutto prive di fondamenta nella conoscenza delle leggi naturali.

E la medesima, gioiosamente insensata, sicumera, si è dilatata, come si dilatano i convincimenti fondati sull’illusione, alla sfera politica, nella quale ha conquistato l’opinione collettiva dei paesi occidentali il convincimento che la sicurezza nel benessere conquistato fosse esente da qualunque connessione con il contesto dei rapporti politici planetari, le cui fratture mai e poi mai, nel nuovo, giulivo, immaginario collettivo, avrebbero potuto minacciare il Bengodi lussureggiante sulle sponde opposte dell’Atlantico.

Un convincimento che, radicatosi in oltre settecento milioni di persone, ha oscurato, nelle medesime, l’elementare percezione che sul Pianeta vivesse un numero di persone alquanto maggiore per le quali appropriarsi delle basi di quel benessere costituisse la condizione per convertire gli agi altrui, quelli occidentali, in agi propri.

Il planisfero delle società umane annovera un numero cospicuo di entità di imponenti dimensioni demografiche che mirano, su strade difficilmente confrontabili, allo sviluppo di una ricchezza che non hanno mai conosciuto: è sufficiente menzionare l’India, il Brasile, la Nigeria.

Il novero comprende, peraltro, due consorzi politici dalle caratteristiche assolutamente peculiari, Russia e Cina, i cui ordinamenti civili sono congegnati, seppure al di fuori di qualunque coerenza logica, sul modello civile che propose, nell’età del Positivismo, un ideologo tedesco assolutamente estraneo al pensiero scientifico che trionfava, allora, in tutti i centri della cultura europea, il tedesco Karl Marx, che, avversando la chiave dello sviluppo economico in corso al suo tempo, il rapporto tra progresso tecnologico e investimento di capitali, negava, con la sicumera del vate, la possibilità del protrarsi futuro del medesimo sviluppo, proclamando la metastorica necessità della rivolta dei prestatori d’opera, che avrebbero dissolto ogni possibilità di perpetuazione del primato dei mezzi finanziari imponendo, quale chiave economica di ogni società futura, il lavoro collettivo, sotto il controllo dei rappresentanti dei lavoratori medesimi.

Quei rappresentanti avrebbero dovuto vigilare che tutti gli ingranaggi della società operassero secondo la nuova legge della “dittatura del proletariato”.

Due imponenti contesti umani, Russia e Cina, hanno conosciuto la rivolta preannunciata dall’utopista tedesco: in entrambe la “rivoluzione operaia” avrebbe prodotto un potere militare che della “nuova società” immaginata da Marx avrebbe dovuto apprestare le condizioni e costruire gli strumenti.

In ossequio, però, a leggi antropologiche verosimilmente antitetiche a quelle immaginate dal vate germanico, in entrambe le nazioni l’apparato costituito per assicurare al “popolo” l’auspicato dominio collettivo avrebbe operato con l’esclusiva finalità di consolidare e perpetuare il proprio potere, convertendo entrambe le compagini sociali in dominii incontrastati degli apparatniki , i funzionari dell’apparato, che, nel nome di un potere popolare assolutamente immaginario, e all’insegna di una filosofia che nessun progresso civile ha mai alimentato, si sono proposti un unico, indiscutibile obiettivo: la conversione del potere conquistato per consegnarlo a un popolo liberato dalle catene del “capitale” nel potere di una casta in grado di autoriprodursi nell’assoluta indifferenza per qualunque espressione di consenso dei “liberi lavoratori” di cui si proclamava, insieme, creatura e tutrice.

Due immensi contesti civili, astrattamente fondati sul potere popolare, si sono convertiti, secondo un processo del tutto contrario alle elucubrazioni dello pseudofilosofo germanico, in titanici apparati totalitari, impiegando il termine totalitario quale univoco sinonimo di dispotico.

Seppure privo di qualunque fondamento nella realtà, l’assioma del pensiero di Marx conservato, con strenuo rigore, da entrambe le società che della sua ideologia si proclamano fedele attuazione è la totale, incondizionata avversione per le società nate da quella “rivoluzione industriale” dalla quale hanno preso corpo le società occidentali, le società furiosamente avversate, all’alba della propria crescita, nelle farneticazioni del grande maestro, i proclami che hanno radicato nei ceti dirigenti di entrambe le compagini “marxiste” un’ostilità inestinguibile verso l’Occidente “capitalista”.

Un’ostilità convertitasi in brace coperte dalla cenere nei cinquant’anni di pace trascorsi tra il crepuscolo del secondo millennio e l’alba del terzo, quando commercio, turismo e libertà di comunicazione hanno assunto, in un felice ambrassons nous mercantile e culturale, il ruolo di efficace maschera che ha celato, nell’arco cinquantennale, l’avversione all’Ovest capitalista.

Un’età di “distensione” che ha consentito al binomio totalitario di utilizzare l’intera gamma degli strumenti del progresso economico caratteristici dell’Occidente, scientifici, bancari, commerciali e culturali, a favore del proprio, altrimenti lentissimo, sviluppo, con il proposito, condiviso da entrambe, di impiegare il potere acquisito, appropriandosi delle conquiste dell’Occidente fino a farne lo strumento del dominio del Pianeta.

Lenin medesimo aveva pronosticato che i paesi “capitalisti” avrebbero venduto, a credito, ai futuri paesi comunisti, la corda per impiccarli: la corda è stata consegnata, le cambiali rilasciate a pagamento è prevedibile non saranno mai onorate.  

Identificati, peraltro i caratteri comuni dei due imperi comunisti, è d’obbligo verificarne le differenze, differenze tanto ingenti da preludere, verosimilmente, a evoluzioni future assolutamente divergenti.

Differenze che è agevole enucleare in pochi elementi emblematici. In Russia, al tracollo del bolscevismo, dopo un periodo di incontrollabile confusione, si è imposto, al governo del paese, l’apparato poliziesco che nell’Unione sovietica aveva mantenuto l’ordine mediante il terrore e la brutale repressione di qualunque dissenso.

Eliminando i primi, incapaci, governanti “democratici” (?), gli apparatniki della Gestapo rossa decidevano di ripartire tra loro, secondo il costume di tutte le cosche, le immense ricchezze naturali del paese, il patto da cui prendeva corpo, ricalcando la più famosa delle novelle delle Mille e una notte, la competizione tra Alì Babà e i quaranta ladroni per il possesso del favoloso tesoro custodito nella caverna.

Un pactum sceleris che precludeva, irreparabilmente, ogni possibilità di progresso del Paese attraverso il fondamento capitale delle società occidentali: la vitalità di un’imprenditoria che dalla bottega artigiana al colosso automobilistico producesse ricchezza, favorisse lo sviluppo di competenze nuove, stimolasse la ricerca scientifica, offrisse, a chi possedesse intraprendenza, una molteplicità di opzioni tra le quali scegliere come utilizzare le proprie capacità per guadagnare il denaro necessario a soddisfare i bisogni essenziali, ove possibile anche quelli superflui.

Il secondo contesto “marxista”, quello cinese, ha intrapreso, dopo un esordio di insensato furore, il furore della “Rivoluzione culturale” del proprio fondatore, Mao Zedong, un percorso radicalmente diverso da quello deliberato dalla gang al potere a Mosca, un percorso deciso da un’oligarchia di inconfondibile matrice despotica, ma di altrettanto lucida capacità strategica, il percorso che avrebbe condotto l’impero giallo a impadronirsi della tecnologia occidentale, moltiplicandone le potenzialità fino a superare, nel suo impiego, il medesimo Occidente, mirando alla conquista, utilizzando gli strumenti, potenziati, di quella tecnologia, del ruolo di prima potenza mondiale.

Forzando la propria, immensa popolazione ad un ritmo di lavoro collettivo assolutamente privo di precedenti nell’intera storia umana, l’oligarchia cinese ha imposto all’intera nazione un ritmo di lavoro e di studio, una competitività individuale e aziendale di tale vigore da assicurarsi tassi di sviluppo economici inimmaginabili nelle più dinamiche società occidentali.

I risultati hanno consentito all’oligarchia di Pechino, come ha dimostrato, in un magistrale saggio di analisi geopolitica, un giornalista italiano, Filippo Trifiletti, di palesare, quanto si voglia in termini ancora embrionali, il disegno di impadronirsi del Pianeta.

Un disegno alla cui realizzazione la medesima oligarchia, opera, ormai, da anni innumerevoli, seguendo una strategia di indubbia efficacia, la penetrazione mascherata nelle società occidentali, operata al fine di impadronirsi, surrettiziamente, delle risorse capitali delle medesime, predisponendo le condizioni che ne avrebbero consentito il sovvertimento quando, penetrate dall’interno, quelle società sarebbero state incapaci di qualunque reazione.

Sono sufficienti le più ovvie osservazione sulle ormai molteplici “colonie” cinesi in Italia per verificare con quanta lucida sagacia il progetto sia stato perseguito: seppure, infatti, gli insediamenti cinesi abbiano mirato alla conquista di  comparti essenziali dell’economia italiana, valga, per tutti il, disegno, seppure fallito, di impadronirsi della rutilante industria dell’oro di Vicenza, la sagace intromissione non ha prodotto, in oltre trent’anni, una sola reazione, un risultato ottenuto, verosimilmente, pagando la stampa, “comunicatori” prestigiosi (?), amministratori locali, pubblici ufficiali demandati di verificare la legalità, non solo apparente, di acquisizioni societarie e ingenti transazioni immobiliari.

Ad una strategia di lucidità magistrale e di straordinaria efficacia ha imposto, repentinamente, la più sconvolgente frattura il nuovo autocrate delle Russie, che, nella furia tartarica di conquistare una nuova provincia al proprio impero, ha commesso errori tali, strategici ed economici, da trovarsi costretto a richiedere il supporto del titano giallo, cui è stata imposta una posizione assolutamente non prevista dagli strateghi di Pechino, l’alternativa tra rinnegare la solidarietà marxista, la più vergognosa abiura del credo comune, o dichiararsi, palesemente, l’alleato di un despota che violava, con tracotanza, le norme fondamentali della convivenza internazionale, ostentando il più radicale disprezzo dei principi di rispetto delle società indipendenti, e , insieme, l’ossequio alla persona umana che, seppure oggetto di mille, mascherate, ingiurie, tutti i consorzi sociali proclamano di condividere.

Con ammirevole lucidità storica il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, aveva proclamato, nello speech di insediamento, la divisione del Mondo in emisferi contrapposti, uno legato al principio dell’autonomia e libertà della persona umana, l’altro fondato sull’assioma che la società disponga della potestà di usare gli individui quali meri utensili, da utilizzare, sacrificare, eliminare secondo le esigenze definite da un corpo dirigente libero da ogni dovere di rendere conto delle proprie scelte alla totalità dei sottoposti.

È stato, peraltro, assolutamente singolare che, ad un solo anno dal proclama, un despota dalle attitudini tartariche abbia proposto la dimostrazione inequivocabile delle peculiarità del secondo schieramento, convertendo uno speech che avrebbe potuto essere archiviato quale ammirevole prova di eloquenza politico nella più drammatica denuncia della minaccia totalitaria agli equilibri planetari, quindi del carattere inevitabile del confronto tra i due emisferi per definire gli assetti futuri della convivenza sul Pianeta.

L’accorta, invisibile e fruttuosa strategia di Pechino per la conquista del Mondo è stata sconvolta dalla furia mongolica di un tiranno ignaro delle sottigliezze del mandarino, assai più familiare a quelle del carnefice.

Quale carnefice detestato, ormai, da miliardi di cittadini del Pianeta, in nessun anfratto del medesimo lo kzar Vladimir è odiato, verosimilmente, quanto si può immaginare lo sia a Pechino.

Vinca o perda la guerra contro la minuscola Ucraina, il costo dell’impresa, carri armati e aerei distrutti, i doviziosi compensi all’esercito dei mercenari, le pensioni, quanto si voglia miserabili, alle famiglie degli eroi caduti, per una nazione già impoverita da una congrega di ladri, sarà, verosimilmente, irreparabile: con la propria “operazione speciale” la Russia neosovietica si è autoesclusa, per decenni che si sommeranno a decenni, dal novero delle potenze del Globo.

Le conseguenze della sua insensata eclisse si riverseranno, per intero, sulla Cina: proclamando un assioma di semplicità esemplare sullo stato del Pianeta, Joe Biden definiva la chiave delle relazioni tra le nazioni che su quel Pianeta dovranno confrontarsi nei prossimi decenni.

Essendosi esclusa dal torneo, per la violazione di tutte le regole del gioco, e avendo indotto l’Occidente, da anni assopito, a riarmarsi, la Russia di Vladimir Putin può legittimamente vantare di avere imposto alla semisfera che onora, tra cento contraddizioni, la dignità della persona umana, di riconoscere il proprio unico, infido e temibile avversario, l’impero giallo. Se nella futura medaglia aurea venisse impiegato qualche carato più dell’indispensabile, nessuno potrà obiettare che, per il boia dell’Ucraina, quei carati fossero sprecati.

In apertura, un murales a Lecce. Foto di Olio Officina©

Antonio Saltini

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