Visioni

L’agricoltura europea è pronta per la transizione ecologica?

Alfonso Pascale

Il dibattito sul riconoscimento giuridico dell’agricoltura biodinamica si sta sviluppando senza contributi significativi delle persone impegnate direttamente in politica.

Sono intervenute tutte le Società scientifiche agrarie e finanche l’Accademia dei Lincei ha sentito il bisogno di esprimere il proprio parere.

Se ci fossero ancora i vecchi partiti (DC, PCI e PSI) e forse anche il PDS, La Margherita o Forza Italia e Lega della prima ora, i loro leader avrebbero per lo meno interpellato le rispettive segreterie politiche per chiedere cosa stesse succedendo. E avrebbero probabilmente suggerito a dirigenti assennati i necessari contatti informali e ogni altro percorso utile per trovare soluzioni condivise.

Ma oggi tutti pensano che la vicenda non sia importante. Almeno non quanto i singoli temi che ognuno ha in agenda.

Nessuno riflette sul fatto che il referendum nella piccola Svizzera per bandire i fitofarmaci in agricoltura sia stato battuto da una schiacciante maggioranza. E a nessuno desta curiosità se non preoccupazione che l’esito referandario abbia riaperto in modo esplosivo la faglia tra città e campagne. Faglia data, forse avventatamente, per risanata una volta per tutte.

Nella piccola Repubblica elvetica non erano in discussione temi riconducibili al dilemma sovranismo/globalismo ma al modo d’interpretare la transizione ecologica.

In agricoltura non c’è più, come continua a scrivere Carlo Petrini, il vecchio conflitto esploso negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso tra chi cercava modelli alternativi a quelli che avevano provocato la crisi ecologica e chi invece si attardava a difendere l’impianto ideologico sotteso alla Rivoluzione Verde.

Molta acqua è passata da allora sotto i ponti e non si può fingere che nulla sia accaduto. L’agricoltura biologica è stata, infatti, riconosciuta fin dal 1991 nell’ordinamento unionale con l’istituzione di un marchio certificato pubblico. Molti principi attivi derivanti dalla chimica di sintesi sono stati tolti dal mercato. E una severa normativa incombe sugli agricoltori che utilizzano fitofarmaci e fertilizzanti artificiali con controlli multiformi messi in atto per prevenire e contenere il più possibile le inadempienze.

Quando si dice che l’UE pratica, nell’ambito della sicurezza degli alimenti e della tutela del suolo agricolo, la normativa più rigida del pianeta non è una boutade retorica ma un grande titolo di merito delle nostre istituzioni unionali che ci viene riconosciuto in ambito internazionale.

Il conflitto che oggi è aperto riguarda il come l’agricoltura deve partecipare alla transizione ecologica per conseguire gli obiettivi del Green Deal europeo. Rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050 e ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 55 per cento rispetto allo scenario del 1990, entro il 2030, costituiscono una prospettiva condivisa da tutto il mondo agricolo europeo. È difatti indubbio che la potenza dell’uomo abbia portato a uno sconvolgimento dei cicli bio-fisici della Terra. Così come è certo che il nostro impatto sull’ambiente crescerà. La causa principale dei cambiamenti climatici oggi è individuata nei gas presenti nell’atmosfera come l’anidride carbonica (CO2). Tali emissioni si possono ridurre con una serie di azioni di mitigazione del fenomeno, ma anche con l’adattamento, ricercando soluzioni innovative.

La divisione che si è creata riguarda gli strumenti per raggiungere gli obiettivi del Green Deal. La Commissione europea ha fatto proprie le istanze dell’ambientalismo radicale che vorrebbero imporre una riduzione drastica del 50% dell’uso di agrofarmaci. Un obiettivo del tutto cervellotico. Solo in Italia – secondo uno studio dell’Università Cattolica di Piacenza – in 18 filiere (dalla frutta al vino, dagli ortaggi al frumento e poi mais, soia, riso, ecc.), senza fitofarmaci, il valore delle produzioni agricole crollerebbe del 71%, passando dagli attuali 15,1 miliardi a 4,4 miliardi di euro. Inoltre, il valore delle esportazioni passerebbe da 14 a 4 miliardi di euro e le importazioni aumenterebbero vertiginosamente, da un valore di 6 al valore spaventoso di 15 miliardi di euro.

Le organizzazioni di rappresentanza dell’agricoltura sono spaventatissime da queste previsioni. Ma fanno buon viso a cattivo gioco. I parlamentari europei del PD, di Forza Italia e della Lega hanno convinto i vertici agricoli che ci penseranno loro a disinnescare la mina, quando gli strumenti indicati per ora in una Comunicazione della Commissione si trasformeranno in atti giuridici. A quel punto dovranno essere esaminati dal parlamento europeo e dal Consiglio. Ed è a quel punto che ci sarà lo scontro.

L’agricoltura europea è pronta per la transizione ecologica alla pari degli altri settori. Ma vuole affrontarla mettendo in gioco tutti gli strumenti che un’intensa attività da anni in moto nelle Università e nei centri di ricerca, in collegamento con le imprese agricole, sta rendendo disponibili. Si potrebbero migliorare geneticamente le colture, selezionando nuove varietà in grado di tollerare le variazioni del clima. Inoltre, si potrebbero diffondere pratiche di agricoltura conservativa e generativa. Pratiche capaci di aumentare la vitalità e la fertilità dei terreni, potenziando la biodiversità.

La diffusione di questi processi innovativi permetterebbe alle aziende agricole italiane di aderire al Sistema di Qualità Nazionale di Produzione Integrata (SQNPI). Un sistema che prevede la certificazione pubblica del processo di produzione integrata: cioè che coniuga buone pratiche agronomiche ad un sostenibile uso di fertilizzanti e prodotti fitosanitari in modo da garantire l’economicità delle pratiche agricole e, allo stesso tempo, un basso impatto ambientale.

L’agricoltura integrata ha pari dignità dell’agricoltura biologica perché entrambe contribuiscono alla sostenibilità sociale, ambientale ed economica.

Da troppo tempo i temi dell’agricoltura sono avvolti in un velo di indifferenza e a torto considerati appannaggio degli addetti ai lavori. E invece costituiscono un ambito importante della vita delle persone, alla pari del lavoro, della casa, dell’istruzione. Non foss’altro per il banale motivo che almeno due volte al giorno tutti, indipendentemente dall’età e dal ceto sociale, abbiamo bisogno di alimentarci.

Il dibattito di questi giorni non riguarda, dunque, il tema complessivo del disegno di legge approvato dal Senato e, adesso, all’esame della Camera. Nessuno vuole mettere in discussione la normativa sull’agricoltura biologica definita in questi ultimi anni e condivisa da tutti.

Come ha ricordato la senatrice Elena Cattaneo, l’impianto del provvedimento è stato ampiamente migliorato e, soprattutto, non definisce più l’agricoltura biologica un settore di interesse nazionale. È l’agricoltura coi suoi molteplici modelli un settore di interesse nazionale. E tutti i modelli devono concorrere, con pari dignità, al raggiungimento degli obiettivi del Green Deal europeo.

La mobilitazione della comunità scientifica è volta esclusivamente ad ottenere la cancellazione del riconoscimento giuridico dell’agricoltura biodinamica. Non ha alcuna giustificazione una equiparazione per legge di due processi del tutto diversi: quello biologico sorretto da una certificazione pubblica, l’altro invece da una certificazione privata. E proprio perché si argomenta che la biodinamica, per essere equiparata, deve avere in primis la certificazione biologica, non si comprende il motivo di un riconoscimento per legge.

È una bugia che l’agricoltura biodinamica sia riconosciuta dall’Unione europea perché nei regolamenti vengono citati i “preparati biodinamici”. Appunto, i “preparati” e non il processo di prodotto che fa riferimento ad un disciplinare e ad una certificazione privata.

È una bugia che la richiesta delle istituzioni scientifiche di non dare un riconoscimento giuridico all’agricoltura biodinamica nasconda, in realtà, la volontà di proibire tale pratica. Non si capisce da cosa si evincerebbe questa posizione che nessuno ha mai espresso. Basterebbe sfogliare un testo di alimentazione religiosa per rendersi conto della varietà di processi, anche produttivi, praticati nel mondo. Ma a nessuno è venuto mai in mente di chiedere per essi un riconoscimento di tipo pubblicistico.

È augurabile che le forze politiche si attivino per far prevalere il buon senso, concordando una soluzione accettabile.

Per commentare gli articoli è necessario essere registrati
Se sei un utente registrato puoi accedere al tuo account cliccando qui
oppure puoi creare un nuovo account cliccando qui

Commenta la notizia