Visioni

Dove ci porta la sovranità alimentare?

Alfonso Pascale

Come interpretare la decisione della presidente Giorgia Meloni di aggiornare la denominazione del ministero delle Politiche agricole, con l’aggiunta delle parole “sovranità alimentare”? Vuole evocare un simbolo identitario o un problema cruciale della contemporaneità?

La parola “sovranità” non è né di destra né di sinistra. Compare, infatti, nell’art. 1 della Costituzione: “…La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione…”.

Le forme e i limiti dell’esercizio della sovranità popolare si esprimono attraverso il potere dei cittadini di eleggere gli organismi rappresentativi politici e l’esercizio delle libertà riconosciute ai cittadini stessi.

Non è, dunque, l’affermazione di un volere del popolo che qualcuno o un’entità possa incarnare, facendolo naturalmente coincidere con il proprio. La sovranità appartiene al popolo proprio in quanto nessun individuo o potere se ne può appropriare. Il popolo non è un soggetto identificabile. È un’entità complessa e strutturalmente plurale: si articola in più poteri, ethos, culture. E le libertà riconosciute ai cittadini non sono soltanto le libertà politiche. Sono tutte quelle libertà (associative, religiose, di stampa, ecc.) garantite da regole condivise di convivenza, di spazi di autonomia, di assetti pluralistici e di sussidiarietà. Una condizione che si ottiene esaltando il pluralismo delle culture e degli ethos presenti nella società civile.

Lo stesso discorso vale per la “sovranità alimentare”. La Fao la intende come “diritto di tutti i popoli di decidere il proprio modello di produzione, trasformazione, distribuzione e consumo del cibo”.

L’idea di sovranità alimentare emerge già in epoca fascista come slogan propagandistico per indurre gli italiani a modificare la propria dieta e così giustificare l’incremento della produzione granaria i cui costi furono pagati dai contribuenti. Una politica sbagliata che impoverì enormemente i ceti rurali. Sarebbe stato più conveniente importare da altri paesi e produrre noi altre colture che potevano avere un mercato all’estero.

Ma negli anni Novanta la parola d’ordine della sovranità alimentare, lanciata dai movimenti contadini dei paesi poveri, non ha nulla a che vedere con la battaglia del grano e l’autarchia. Serviva ad indicare politiche locali per difendersi da fenomeni aggressivi come il “land grabbing” o il “water grabbing”. Veri e propri attacchi messi in atto da alcuni paesi, come Cina, Arabia Saudita, Giappone, Corea del Sud, per garantirsi la sicurezza degli approvvigionamenti alimentari e gli agrocarburanti.

Se non si stabilisce il problema concreto che si vuole affrontare, l’utilizzo dell’espressione “sovranità alimentare” nel contesto europeo può essere fonte di equivoci e distorsioni comunicative.

Si vogliono difendere meglio le denominazioni d’origine nei mercati esteri? Si affronti questo problema, nel rispetto nelle norme unionali.

Si vogliono tutelare i diversi modelli produttivi e di consumo? Qui tornano utili i concetti di sovranità e di popolo contenuti nella nostra Costituzione. Il diritto di decidere cosa produrre e cosa mangiare va esercitato, nel rispetto delle leggi, dai singoli cittadini. Ad essi si riconosce la libertà di scelta del proprio modello alimentare. Nessun individuo o potere (benché democraticamente esercitato) può imporre un modello di produzione, trasformazione, distribuzione e consumo del cibo. Nessun modello può essere ritenuto, sul piano economico o etico, superiore o migliore di un altro.

Quello che devono fare le istituzioni è regolare in modo condiviso la convivenza di più modelli, culture alimentari ed ethos del mercato presenti nella società civile per impedire che uno possa limitare l’esistenza dell’altro, prevaricandolo.

Solo così si potranno garantire, nel rispetto reciproco, il pluralismo dei modelli alimentari e la possibilità di una loro continua integrazione, contaminazione ed evoluzione per soddisfare pienamente i bisogni dei cittadini e delle comunità.

Per garantire il pluralismo dei modelli alimentari occorre, tuttavia, la sicurezza alimentare: il diritto ad avere cibo sufficiente. “Sovranità” e “sicurezza” sono due concetti complementari.

Il vertice Ue di Versailles dell’11 e 12 marzo scorso ha impegnato l’Unione a ridurre la nostra dipendenza strategica anche nei prodotti alimentari. Non significa aspirare all’autarchia ma avere una politica della sicurezza alimentare, così come si deve avere una politica della sicurezza energetica.

Si tratta di rivedere profondamente la strategia “Farm to Fork”. Imponendo la riduzione drastica dell’uso degli agrofarmaci, tale strategia condannerebbe l’Ue ad accrescere le importazioni dai paesi terzi. Ma in un mondo che deve affrontare il dramma della fame e della denutrizione, non si possono spingere le popolazioni più povere a mettere a coltura nuovi terreni.

L’obiezione che spesso viene sollevata a tale rilievo è che produrre cibo nell’Ue costa troppo. E, dunque, per i consumatori europei sarebbe più conveniente acquistare prodotti importati. Ma questa considerazione non tiene conto che il costo maggiore dipende dalle più elevate tutele del lavoro e dell’ambiente.

Ci vogliono clausole sociali e ambientali negli accordi commerciali e d’investimento. Altrimenti importare di più significherebbe avallare, nei paesi con regimi autoritari, sfruttamento del lavoro e disastri ecologici. E non si premierebbero quei paesi poveri o emergenti che si sforzano di rispettare standard minimi di protezione dei lavoratori e dell’ambiente.

Sia chiaro, non si deve arretrare di un millimetro rispetto all’obiettivo europeo della neutralità climatica. Anche l’agricoltura deve contribuire a raggiungerlo. Ma bisogna scegliere bene gli strumenti da applicare.

Ci sono pratiche agricole sostenibili che non vengono diffuse, come quella di seminare direttamente su terreni non lavorati. Occorrerebbe diversificare le colture e gli agro-ecosistemi. Bisognerebbe finalmente aprire le porte all’applicazione delle biotecnologie in agricoltura.

La sicurezza alimentare europea non può fare a meno dell’intensificazione sostenibile: oggi il sapere scientifico ci consente di farlo.

Per l’Ue è il tempo di svolgere il proprio ruolo di prima “potenza” agricola del mondo. E di contribuire alla definizione di un nuovo ordine mondiale che garantisca a livello globale la sicurezza alimentare. Essa ha ricevuto ulteriori picconate dal governo russo che ha invaso l’Ucraina, uno dei granai più ricchi del pianeta.

Il diritto ad avere cibo sufficiente è una competenza che non può essere esercitata a livello di singolo stato perché i problemi da affrontare sono planetari.

Questa competenza deve essere esercitata da istituzioni sovranazionali in via esclusiva, cioè senza il condizionamento da parte degli stati nazionali. Per farlo proficuamente, l’Ue deve essere dotata di una governance democratica ed efficace, un sistema decisionale che abbandoni la logica intergovernativa e aderisca completamente a quella sovranazionale. Insomma, è necessario modificare i Trattati.

Se “sovranità alimentare” nella nuova denominazione del ministero di via XX settembre vuole evocare tutto questo, essa non è affatto un simbolo che guarda al passato. Siamo, invece, dinanzi a giganteschi problemi del presente da affrontare guardando al futuro.

Si potrà dunque giudicare solo dagli atti concreti del governo il vero significato di tale scelta. È auspicabile che, per non sbagliare, il neo ministro Francesco Lollobrigida eviti i consigli di Coldiretti e Petrini. I quali – è risaputo – hanno della sovranità alimentare e dell’agricoltura un’idea nostalgica.

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