[…] La mia coetanea dai capelli sbarazzini e l’abito a motivi floreali era stata colpita dall’inchiesta sulla Xylella. Proprio lei, la prima ad aver isolato la variante sconosciuta. Perseguitata come untrice. Una ricercatrice stimata dalla comunità scientifica. Rimasta a Bari, però. Se fosse venuta da noi, al Max Planck Institut. No, sarebbe stata perseguibile comunque. Quattro anni di vita. L’archiviazione, finalmente, però facendo ricadere l’accusa di sciatteria e opacità sugli indagati. Una coda di veleno per salvare la faccia della magistratura. E i responsabili continuavano a voler salvare qualcosa del loro teorema, convinti di aver agito per il meglio. Anche gli inquisitori, del resto, erano sorretti dalla fede.

Quando la sera ne parlammo io e Francesco, ci accorgemmo quanto lontani sembravano gli anni in cui “l’emergenza Xylella” apriva il tg regionale, con le proteste dal basso, gli ecologisti nostrani e quelli di fama internazionale, la politica. Avevamo sperato si trovasse una cura per gli alberi appena malaticci, una profilassi per quelli sani, l’avevamo immaginato possibile e avevamo ritenuto l’allarme esagerato. Il decreto di sradicare gli ulivi secolari, la creazione di una striscia di terra bruciata di pesticidi, erano una violenza terribile. Neanche allora avevamo creduto ci fosse dietro solo lo zampino della multinazionale americana, ma ci sembrò plausibile che le misure draconiane fossero state preventivamente imposte dall’Europa. Sacrificare il Salento, fare terra bruciata in Puglia, per salvare tutto l’olio d’oliva comunitario. Era grosso modo questa l’idea che ci eravamo formati, però noi gente di libri veri con quali competenze potevamo stabilire la verità? E l’Italia non era da sempre luogo di trame oscure e loschi traffici reali, e il nostro sud la sua parte più vulnerabile?

Insomma ci eravamo sentiti rassicurati dalla notizia che la procura competente avesse ordinato il sequestro degli alberi destinati all’eradicazione. Avevamo sempre avuto fiducia nella magistratura, nella giustizia, e l’abbiamo ancora. Ma quella sera ci rendemmo conto che, credendo di essere nel giusto, i nostri magistrati avevano condannato a morte i nostri ulivi. […]

Helena Janeczek

Brano estratto dal racconto "Di uomini e ulivi", di Helena Janeczek, pubblicato sulla rivista letteraria K, edita da Linkiesta nel 2022 e acquistabile nello store (qui), racconto riproposto questa estate nella sua versione intergrale su Linkiesta magazine.