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I dazi sull’olio in India

Il mercato si complica, anche perché, in aggiunta sull’importo dei dazi, si paga anche un ulteriore 10% per il Welfare indiano. L'Unione Europea intanto non si muove, ma le nuove direttive non sono da sottovalutare, anche perché il Paese asiatico rappresenta il secondo mercato più grande al mondo in termini di popolazione, dietro la Cina. Ecco quali possono essere le probabili conseguenze del recente forte incremento delle imposte per l’importazione dell’olio da olive

Massimo Occhinegro

I dazi sull’olio in India

Fonte: Ministero del Commercio, Governo dell’India

*In aggiunta sull’importo dei dazi si paga un ulteriore 10% per il Welfare indiano.

Nel prospetto sopra esposto, riportiamo l’andamento dei dazi che l’India ha applicato sugli oli da olive (raffinati e grezzi, ivi compreso l’olio extra vergine di oliva) a partire dal 2010.
Dopo un primo periodo durato circa 8 anni di dazi applicati nella misura del 45% e del 40% , i dazi sono stati abbassati drasticamente fino al raggiungimento del minimo dello 0% e del 7,5% degli anni 2012 e 2013.
Ciò ha consentito un netto incremento delle importazioni e della diffusione dell’olio da olive in India.
India che rappresenta il secondo mercato più grande al mondo in termini di popolazione, dietro la Cina.

Tale aumento è proseguito, in misura sia pure altalenante, anche negli anni successivi, nonostante un incremento applicato sui dazi, rispetto al periodo precedente, del 7,5% e del 2,5% rispettivamente, sugli oli grezzi e sugli oli raffinati.  Anche successivamente, allorché i dazi applicati sono stati del 12,5% e del 20%, l’incremento delle importazioni è proseguito.

Occorre considerare che l’India ha introdotto solo recentemente l’olio da olive nel suo mercato (2003), al fine di dare un orientamento più salutistico alla sua cucina, cercando di sostituire altri grassi alimentari utilizzati.
Infatti è importante ricordare (così come rimarcato nel comunicato stampa dell’Indian Olive Association IOA , CLICCA QUI) che l’India è il primo Paese al mondo per casi di malattie cardiache e diabetiche.

Per questo motivo l’introduzione, nonché la diffusione dell’olio di oliva, che contiene in media il 75% di acidi grassi monoinsaturi, rappresentava, e rappresenta tutt’ora, un importante fattore con cui sarebbe possibile cercare di ridurre e contrastare l’insorgenza di tali malattie, il che significa anche, indirettamente, ridurre sensibilmente la spesa sanitaria nel Paese.

A fronte di un incremento significativo ulteriore dei dazi, dall'1 febbraio 2018 fissati al 30% e al 35%, è necessario aggiungere (come riportato nel comunicato stampa dell’IOA, QUI) che anche il prezzo della materia prima (come diretta conseguenza di due annate critiche della produzione (2014/2015 e 2016/2017) è aumentato, il che è coinciso con una diminuzione del prezzo degli oli da semi, comportando un rischio di una forte contrazione delle importazione di oli da olive dalla UE (Spagna e Italia)

Anche il deprezzamento della rupia nei confronti dell’euro, con un cambio passato dalle 69 rupie per euro alle 80 rupie per euro attuali, costituisce un terzo fattore che scoraggia l’importazione e la diffusione degli oli da olive in India.

Grazie all’aumento della sua conoscenza da parte del consumatore indiano, l’olio da olive è ampiamente usato anche dalla cosiddetta “middle class” e non è quindi appannaggio soltanto delle classi più abbienti.
L’incremento del prezzo dell’olio da olive per le ragioni sopra esposte, comporterà le seguenti conseguenze:

1) Forte decremento delle importazioni, nonché un importante danno economico per i Paesi esportatori della UE (Spagna e Italia in primis).

2) Trattamento discriminatorio sul fronte della salute del cittadino indiano, in quanto in conseguenza del significativo aumento del prezzo, la middle class ne abbandonerà progressivamente l’acquisto.

In buona sostanza, soltanto i “ricchi” potranno beneficiare di un miglioramento delle proprie aspettative di vita il che, per la più grande democrazia del mondo non è accettabile.

Attualmente l’India si colloca infatti al 131° posto della classifica redatta dalla CIA World Factbook con un’età di 67,80 anni, contro, ad esempio gli 85,46 anni del Giappone (2° posto) e gli 84,84 anni dell’Italia (3° posto).

3) Aumento della spesa sanitaria per la mancata riduzione dell’incidenza delle malattie cardiache, diabetiche oltre che del cancro.

In Paesi storicamente attenti alla salute delle proprie popolazioni ,come ad esempio il Giappone, il dazio all’importazione degli oli da olive (senza distinzione in merito alla tipologia) è dello 0% proprio, perché è privilegiata l’introduzione di prodotti “notoriamente” salutistici, come appunto tra gli altri, l’olio da olive.

Negli Stati Uniti, principale mercato di sbocco dell’olio da olive italiano, i dazi all’import sono bassi (0,4714% più 0,05 USD da calcolarsi sul peso complessivo (netto prodotto + peso delle bottiglie) In entrambi i casi il livello basso dei dazi ha consentito uno sviluppo delle vendite di oli da olive in quel Paese.

CONCLUSIONI

Alla luce di quanto sopra descritto, stupisce l’assoluta inerzia della Unione Europea, che dovrebbe cercare di negoziare un livello di dazi decisamente più basso e nel caso di diniego, intervenire con contromisure sui prodotti esportati dalla UE all’India.

A monte, tuttavia, non possiamo non rimarcare la mancanza di un’azione congiunta da parte di tutte le associazioni di categoria del settore, sia a livello nazionale, sia spagnolo, volta a sensibilizzare in maniera decisa e convincente l’Unione Europea ad intervenire urgentemente sulla spinosa questione.

Al momento a portare all’attenzione questa grossa problematica c’è stata solo, come si è visto, la Indian Olive Association.

 

 

La foto di apertura è di Massimo Occhinegro

Massimo Occhinegro - 06-03-2018 - Tutti i diritti riservati

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