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Nel nome dell’olio

L’olio biologico? La produzione tunisina risulta tre volte superiore a quella spagnola. L’olio di girasole? Sta conquistando i consumatori spagnoli: la quantità venduta è il doppio di quella di quella di olio di vergine ed extra vergine. I nomi dell’olio? Secondo l'accademico Manuel Parras Rosa sarebbero obsolete e inclini a generare confusione, a tutto svantaggio dello stesso settore e degli sforzi profusi in modernizzazione. Tante le curiosità nella rassegna stampa internazionale di questa settimana

Mariangela Molinari

Nel nome dell’olio

La rassegna stampa di questa settimana non può che iniziare da una buona notizia: la nascita dell’associazione internazionale dei maestri di frantoio, che apprendiamo dalle pagine di Olimerca. Con l’obiettivo di arricchire l’esperienza, le conoscenze, la formazione e la capacità di fare network, su iniziativa di AEMODA (Asociación de Maestros y Operarios de Almazara) è stata creata, infatti, la International Master Mill Olive Oil Association (IMMOOA), che unisce queste figure professionali chiave nella produzione dell’olio nei Paesi di cinque continenti (Spagna, Portogallo, Cile, Marocco, Turchia, Algeria, Australia, Nuova Zelanda, Cina, Tunisia ecc.).

Restando su Olimerca passiamo all’economia, per leggere che, numeri alla mano, nel segmento dell’olio extra vergine di oliva biologico la produzione tunisina risulta tre volte tanto quella spagnola. In effetti, il Paese è particolarmente interessato allo sviluppo dell’agricoltura bio e di un approccio il più possibile ecologico, soprattutto nel comparto oliandolo, tanto che, secondo i dati FAO, è già il secondo maggior esportatore di prodotti biologici in Africa. Per il 95% i suoi uliveti sono condotti secondo le pratiche dell’agricoltura tradizionale e senza l’uso di pesticidi. Ma molti produttori che hanno sposato i dettami dall’agricoltura biologica non sono comunque ancora certificati, per gli alti costi che il processo di certificazione comporta.
La produzione di olio di oliva bio tunisino, comunque, è passata dalle 670 tonnellate del 2004 alle 60mila tonnellate del 2015.

Lo avevamo già anticipato nelle scorse settimane e un articolo apparso in questi giorni su Revista Almaceite lo conferma con maggior precisione. Lo scorso anno in Spagna la quantità di olio di girasole venduta è stata il doppio di quella di olio di oliva vergine ed extravergine. Le cifre fornite da Anierac, Asociación Nacional de Industriales Envasadores y Refinadores de Aceites Comestibles, paiono surreali, considerato che si riferiscono al primo Paese produttore a livello mondiale di olio di oliva, ma tant’è. Le vendite di olio di girasole sono arrivate a quota 301 milioni di litri, con un incremento del 18,7%, mentre quelle di olio extra vergine e vergine di oliva arrivano, sommate, a 145,5 milioni di litri (112 milioni dei quali di extra vergine). E se si considera che tutte le categorie di olio di oliva hanno totalizzato, insieme, vendite per 296,53 milioni di litri, la situazione appare in tutta la sua criticità. Certo i prezzi fanno la loro parte. Se, infatti, quelli all’origine e, soprattutto, quelli di vendita al pubblico continueranno a mantenersi su una media superiore ai 4 euro, ben più elevati, dunque, rispetto a quelli dell’olio di girasole, ci sono poche possibilità che il trend possa cambiare.

Passiamo dall’economia alla semantica sulle pagine de La Vanguardia (ma l’argomento è ripreso anche da Mercacei), dove un articolo invita a dire pane al pane, vino al vino e… olio all’olio. O meglio, l’invito viene dal cattedratico dell’Università di Jaén, nonché presidente del Consiglio economico e sociale (CES), Manuel Parras Rosa, che già due anni or sono ha rivendicato davanti alla Real Academia Española (RAE), l’equivalente della nostra Accademia della Crusca, la necessità di un cambio delle definizioni per le denominazioni dei diversi tipi di olio di oliva presenti sul mercato.
Secondo il cattedratico, le definizioni correntemente attribuite all’olio di oliva e all’extra vergine sarebbero obsolete e inclini a generare confusione, a tutto svantaggio dello stesso settore e degli sforzi profusi in modernizzazione. Non avendo, però, a quanto pare ottenuto alcuna risposta, ora Parras Rosa passa a una diversa strategia: rivolgersi a tutti gli organismi competenti, alle cooperative e alle organizzazioni agrarie, in modo che appoggino individualmente l’iniziativa.

Sempre su Mercacei viene dato conto di uno studio dell’Università di Jaén, pubblicato dalla prestigiosa rivista scientifica Plos One, in cui si confermano i benefici di una dieta ricca di olio extra vergine di oliva per regolare la flora batterica intestinale, in confronto a uno stile alimentare che privilegia, invece, grassi di origine animale come il burro, più incline a sviluppare quella situazione clinica nota come sindrome metabolica.
La novità dello studio sta proprio nel fatto che finora non si riteneva che, rispetto ad altri grassi, l’olio potesse avere un effetto tanto diverso sulla flora intestinale, fondamentale per la salute generale dell’organismo.

Su Diario Jaén i riflettori sono puntati, infine, sui Paesaggi dell’ulivo dell’Andalusia, che hanno iniziato il loro cammino ufficiale per ottenere il riconoscimento di Patrimonio mondiale Unesco. Tutta la documentazione è stata, infatti, depositata (e accettata), grazie alla collaborazione di un centinaio di enti e istituzioni.

 

Mariangela Molinari - 30-01-2018 - Tutti i diritti riservati

Mariangela Molinari

Giornalista professionista, vive e lavora a Piacenza. Ha studiato lingua e letteratura tedesca presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore e verde ornamentale e tutela del paesaggio presso la Facoltà di Agraria dell'Università di Bologna. Si occupa da tempo di alimentazione, ospitalità, giardini e ambiente, collaborando con varie testate specializzate. Per Terre di mezzo Editore ha pubblicato I trucchi del birraio. Manuale pratico per fare la birra perfetta (2014) e Olio di palma. La verità sull'ingrediente che ha invaso le nostre tavole (2016).

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