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Tutti in cerca d’olio

In Andalusia il progetto Life Olivares Vivos vede protagonisti gli olivicoltori, disposti a potenziare la biodiversità all’interno delle proprie tenute. Intanto in Cina si potenzia l’olivicoltura, con la previsione di giungere presto a quota 59 milioni di olivi, eguagliando la superficie olivetata della provincia di Jaén. Anche il Giappone nel frattempo si impone all’attenzione. Questo e altro nella rassegna stampa internazionale

Mariangela Molinari

Tutti in cerca d’olio

Cominciamo la rassegna stampa di questa settimana da agroinformacion.com, dove vengono ripresi i risultati di un’inchiesta realizzata dall’Instituto de Innovación, Ciencia y Empresa per il Consiglio distrettuale di Jaén, condotta all’interno del progetto Life Olivares Vivos, coordinato da SEO/BirdLife (QUI). Secondo quanto emerso, circa il 90% degli olivicoltori andalusi sarebbe disposto a potenziare la biodiversità all’interno delle proprie tenute, impiantando specie autoctone, erbacee o arbustive, nel caso queste non interferiscano con la produzione e la redditività degli uliveti. Se poi per questa copertura vegetale fossero previsti degli incentivi da parte della Pac, la Politica agricola comune, la percentuale salirebbe al 94%. Un altro 20%, inoltre, sarebbe disposto a intraprendere l’iniziativa una volta resi disponibili i risultati del lavoro di recupero della biodiversità avviato da Olivares Vivos in una ventina di tenute a livello sperimentale, mentre un buon 65% si rende disponibile a migliorare con queste colture gli spazi improduttivi, come rive dei ruscelli, bordi di camminamenti, gole ecc.

Cambiamo argomento passando alle pagine di Olive Oil Times, dove, tra le tante notizie, viene posta una domanda (QUI): la Cina potrà davvero diventare uno dei maggiori produttori di olio di oliva a livello mondiale? Indubbiamente la crescente domanda interna sta portando a un incremento della sua produzione a un ritmo che sta iniziando a suscitare qualche allarme negli altri Paesi. Già nel 2013 lo spagnolo El Mundo aveva stimato che nel giro di un paio di anni il Paese asiatico sarebbe passato da 39 milioni di ulivi a 59 milioni, eguagliando così la superficie olivetata della provincia di Jaén, che conta la maggior estensione di uliveti di tutta la Spagna. Nelle scorse settimane, inoltre, il giornale finanziario El Economista ha confermato che il traguardo è già stato ampiamente raggiunto. In effetti, tra i consumatori cinesi si stanno diffondendo nuove abitudini alimentari all’insegna del benessere, per il quale l’olio di oliva gioca un ruolo importante. A questo si aggiungono, poi, i viaggi in Italia e in Spagna da parte della classe media cinese, che ha imparato ad apprezzare un prodotto dalle enormi potenzialità. Per soddisfare, dunque, la domanda interna, il Governo cinese ha prontamente avviato una strategia a livello nazionale, tesa a sostenere e incrementare la produzione di olio di oliva, puntando in prima battuta sullo sviluppo degli uliveti, dal momento che già di per sé la coltivazione comporterebbe numerosi vantaggi, a cominciare dal miglioramento delle condizioni di vita degli agricoltori e dal freno allo spopolamento delle campagne. La produzione di olive su larga scala in Cina ha preso avvio già negli anni ’60 e, secondo il Coi, il Consiglio oleicolo internazionale, già nel decennio successivo la superficie olivetata sarebbe sensibilmente aumentata, passando dai 70mila ulivi del 1973 ai 23 milioni del 1980, anche con l’introduzione di molte varietà europee, tra cui Picual e Arbequina dalla Spagna, Leccino, Frantoio, Coratina e Ascolana Tenera dall’Italia e Koroneiki dalla Grecia.  Oggi gli impianti si stanno velocemente espandendo, ma quelli più recenti avranno ovviamente bisogno di tempo per diventare produttivi. Inoltre, va considerato che a rendere diverse le condizioni di crescita tra la Cina e il Mediterraneo sono soprattutto le piogge, molto più frequenti nel Paese asiatico e concentrate in particolare nella stagione estiva. Il che può portare a sgradevoli conseguenze alla salute delle piante e al raccolto. La Cina, dunque, almeno per un certo periodo dovrà ancora dipendere dalle importazioni per soddisfare il proprio fabbisogno, ma nel medio e lungo termine il suo vasto territorio, i bassi costi del lavoro e un approccio scientifico in campo potrebbero portare a sensibili vantaggi competitivi. Per di più, l’interesse alla produzione di oli extra vergine di oliva di alta qualità viene confermato anche dagli esperti consulenti chiamati dalle maggiori realtà produttive. E che i risultati non stiano tardando ad arrivare lo dimostrano i riconoscimenti che il Paese sta collezionando ai principali premi internazionali. Lo scorso anno, per esempio, un suo olio di oliva si è aggiudicato la medaglia d’oro al NYIOOC World Olive Oil Competition, mentre quest’anno un olio cinese è risultato primo nella categoria fruttato al Premio Mario Solinas.

Dalla Cina al Giappone il passo è breve. Leggiamo, infatti, su Mercacei che il Paese asiatico è pronto ad avanzare la richiesta di ingresso nel COI, il Consiglio oleicolo internazionale (QUI). Secondo l’organizzazione internazionale, l’olio extra vergine di oliva prodotto nella regione di Kagawa non è ancora in grado di soddisfare la richiesta interna. Per questo il Paese importa circa 60mila tonnellate di olio di oliva all’anno, soprattutto da Spagna, Italia, Grecia, Turchia e Tunisia, tanto da confermarsi il terzo maggiore importatore di olio di oliva al di fuori dei membri del Coi, dopo Usa e Brasile.  Nel Sole Levante, dunque, il mercato dell’olio di oliva sta crescendo rapidamente, complice le proprietà benefiche di questo alimento, e la recente visita della delegazione del Coi, ricevuta dal Ministro dell’agricoltura giapponese Ken Saito, parrebbe di buon auspicio per un primo passo del Giappone quale Paese “osservatore”, affinché possa poi essere valutato il suo accesso. Per il Consiglio un buon obiettivo potrebbe essere il 2020, anno in cui il Giappone ospiterà i giochi olimpici. 

Ultimiamo restando sulle pagine di Mercacei, dove si dà conto (QUI) dei risultati di un nuovo studio riguardo i benefici della dieta mediterranea. Una ricerca condotta dall’Università dell’East Anglia, nel Regno Unito, è giunta alla conclusione che un’alimentazione ricca di frutta, verdura, noci, cereali integrali, pesce e olio di oliva migliora la salute delle ossa, riducendone sensibilmente la perdita di massa. Lo studio ha coinvolto 1.294 persone tra i 65 e i 79 anni, suddivise in due gruppi: il primo ha seguito una dieta di tipo mediterraneo con un supplemento di vitamina D (dieci microgrammi al giorno), il secondo no. La densità ossea di tutti i partecipanti è stata misurata a livello del femore e delle vertebre all’inizio dello studio e dopo un anno. La dieta non ha avuto un impatto sui partecipanti che presentavano valori nella norma, ma ha portato a una riduzione nella perdita di massa ossea a quanti erano già colpiti da osteoporosi. In particolare, i composti fenolici contenuti nell’olio vergine di oliva sono stati ritenuti tra i principali responsabili dell’effetto positivo apportato da questo regime alimentare.

 

Foto di Olio Officina

Mariangela Molinari - 17-07-2018 - Tutti i diritti riservati

Mariangela Molinari

Giornalista professionista, vive e lavora a Piacenza. Ha studiato lingua e letteratura tedesca presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore e verde ornamentale e tutela del paesaggio presso la Facoltà di Agraria dell'Università di Bologna. Si occupa da tempo di alimentazione, ospitalità, giardini e ambiente, collaborando con varie testate specializzate. Per Terre di mezzo Editore ha pubblicato I trucchi del birraio. Manuale pratico per fare la birra perfetta (2014) e Olio di palma. La verità sull'ingrediente che ha invaso le nostre tavole (2016).

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