23 Febbraio 2020 - direttore LUIGI CARICATO - redazione@olioofficina.it

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Caro nonno, adesso capisco

Un racconto per l’estate. Salivamo sulla Balilla per andare a controllare la mietitura che le tue nuove, rosse e fiammanti Massey Ferguson facevano sotto un sole cocente, in mezzo alla polvere invadente. Isolavano quei chicchi dorati dalle spighe che diventavano pane e pasta. Tu eri un uomo tutto d’un pezzo e  rifiutasti di venderti al nuovo padrone. Adesso capisco la tua decisione e ne vado fiero, non bisogna mai tradire

Massimo Cocchi

Caro  nonno, adesso capisco

Caro nonno,

sono trascorsi molti anni da quando, bambino, uscivo alla mattina presto, con te, e da quando adulto e medico, ti sei praticamente addormentato fra le mie braccia, anzi, non è proprio così. Nell’ospedale del nostro paese dove facevo pratica perché già sapevo che non avrei mai fatto il medico vero, quello che visita i pazienti, mi avevi detto che potevo andare fuori per festeggiare l’anno nuovo perché tutto era a posto.

Forse non volevi che ti vedessi nel momento in cui gli affetti perdono il riferimento reale, ma volevi lasciarmi il ricordo dei giorni felici.

Più volte mi sono tornati alla mente quei giorni felici di Marmorta, quel paese a noi caro e che ho avuto modo di definire “quel pugno di terra bastarda” perché sta a cavallo di dialetti e culture diverse pur accomunate dal vivere nella medesima regione, la terra dell’Emilia Romagna.

Ti ricordo con il vestito chiaro e il cappello di paglia, pomposamente chiamato “panama”, bianco, mentre salivamo su una balilla dalla carrozzeria tutta graffiata perché quando la lasciavi davanti all’osteria dove giocavi a carte, tutti appoggiavano la bicicletta contro le fiancate. Mi faceva ridere pensare che quando salivi in auto non ti preoccupavi di toglierle ma partivi lasciandole a terra.

Salivamo sulla Balilla per andare a controllare la mietitura che le tue nuove, rosse e fiammanti Massey Ferguson facevano sotto un sole cocente, un caldo devastante in mezzo alla polvere invadente. Isolavano quei chicchi dorati dalle spighe che diventavano pane e pasta.

Già le nuove mietitrebbie.

Ricordo ancora quando la luce si protraeva fino a tarda ora e smontavamo le vecchie trebbiatrici che lavoravano stanziali nelle corti dei contadini, immortalate nell’iconografia di un Mussolini che vi gettava i fasci di frumento.

Proprio lì, in quel passato, nascevano i tuoi racconti, quei racconti che oggi, forse, sono in grado di capire e interpretare, oggi perché dai pochissimi anni che avevo, generato a fine guerra nel fatidico ’45, tanti anni sono passati e nel cervello è maturata l’esperienza, almeno si spera.

Davanti a quelle trebbiatrici, diventate dei ruderi, mi raccontavi di quando, per impedire la trebbiatura qualcuno faceva saltare la “tua macchina” che tu riportavi a casa nel silenzio del paese, tu davanti con la balilla e dietro la trebbia distrutta a rappresentare un funerale che percorre la strada principale.

Mi raccontavi anche di fascisti e partigiani che, appunto, io, parto di fine guerra, non potevo comprendere.

Mi raccontavi di tuo padre, vecchio e incallito socialista picchiato a sangue dai fascisti e non capivo, perché tu, suo figlio potessi simpatizzare per i fascisti, anche se non avevi mai partecipato.

Al cuore, come a quel profondo sentimento che si tramuta in coscienza, non sempre si può comandare.

Tu eri un uomo tutto d’un pezzo che si rappresentava quotidianamente nella sua integrità morale e fu proprio per mantenere questa preziosa e testarda integrità morale e di pensiero che quando le socialiste cooperative Massarenti ti chiesero di andare al loro servizio con macchine e esperienza, tu rifiutasti, non te la sentivi di venderti al nuovo padrone.

E lì ebbi, oggi lo riconosco, una prima importante lezione di vita, la coerenza con se stessi, con il proprio pensiero, con la propria coscienza, qualunque essa sia, soprattutto, se non fa del male a nessuno.

Ma il mondo andava avanti e io, mentre vedevo la tua ricchezza interiore, vedevo anche sfumare il tuo benessere materiale.

Fu per questo tuo imprescindibile orgoglio che la vita, da agiata, si trasformò, poco alla volta, in una vita di difficoltà, lavori più umili ma vissuti con qulla dignità che era il patrimonio più prezioso della tua vita.

Oggi anch’io comincio a percepire il tramonto, caro nonno, di una vita non di ricchezze materiali ma di grandi soddisfazioni professionali ottenute nella ricerca scientifica, nemmeno a dirlo la carriera in cui non si diventa ricchi.

Anch’io, come te, ho dovuto, a volte, soccombere alle miserie dell’arroganza umana e ricominciare con grande sacrificio.

Caro nonno, adesso capisco la tua decisione e ne vado fiero, non bisogna mai tradire nessuno, tanto meno se stessi.

 

Massimo Cocchi - 23-07-2019 - Tutti i diritti riservati

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