Martedì 17 Settembre 2019 - direttore LUIGI CARICATO - redazione@olioofficina.it

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Bio, la verità non piace

Ciò che in alcuni manca, e tra questi vi è il presidente di Federbio Carnemolla, è l’idea che si possa fare un’agricoltura professionale, ecocompatibile e benemerita verso la collettività, in quanto fornisce cibo per tutti e per tutte le borse. Si dovrebbe rendere di pubblico dominio che la certificazione bio è solo una certificazione di processo, non di risultati. Ciò che di altamente qualitativo si attribuisce al cibo biologico non ha nessuna base di verità scientifica. Resta intanto un dato di fatto inconfutabile: ai sistemi biologici è imputabile il più grande disastro moderno provocato dall’alimentazione

Alberto Guidorzi

Bio, la verità non piace

Caro Luigi,

Il mio scrivere di agricoltura biologica (AB) su Olio Officina Magazine ha provocato la reazione su Teatro Naturale del Presidente di Federbio Carnemolla. Non mi ha citato per nome, ma mi ha descritto in questi termini perché forse ha un concetto assai elastico della buona educazione: “Fa dunque semplicemente sorridere leggere gli appassionati sfoghi di colleghi ormai pensionati, dopo una vita dedicata a fare i commessi viaggiatori per imprese sementiere o dell’agrochimica, che si ostinano a ignorare la realtà dei fatti e a tentare di trascinare il settore biologico sul piano di una polemica ideologica che è solo nella loro testa, completamente rivolta all’indietro e fuori dal pianeta in cui viviamo”.

Dunque secondo Carnemolla l’essere un “pensionato” dopo 50 anni di professione di agronomo significa essere squalificato per non dire decrepito. E il fatto, secondo il saccente collega, di aver condotto aziende agricole facendo rotazioni lunghe, salvaguardando la sostanza organica del terreno, concimando a bilancio e trattando a calendario con fitofarmaci d’avanguardia e su indicazione di trappole per valutare se la quantità di inoculo parassitario presente imponeva il trattamento o meno, è fare cattiva agricoltura. Per me e per milioni di agricoltori di tutto il mondo (quelli che oggi nutrono davvero il pianeta) questa si chiama agricoltura professionale, ecocompatibile e benemerita verso la collettività perché fornisce cibo per tutte le borse e non solo per i “bobos”. Tutto ciò s’impara solo seguendo le coltivazioni di un’azienda agricola per intere stagioni, ma per farlo occorre sporcarsi le scarpe di fango onde capire dove si sbaglia e apportare continui miglioramenti. Credo proprio che tra di noi ci sia il pestare o meno la terra come differenza di approccio alla professione, che appunto ci fa avere visioni tanto diverse.

Successivamente, nell’articolo si legge: “Sono i governi dei Paesi UE e la Commissione europea che le hanno stabilite e codificate, come per l’unico altro sistema di qualità regolamentata certificata esistenti nell’UE (DOP/IGP), ma si dimentica di scrivere che sono proprio i Governi e la Commissione UE che nel 2018 hanno deciso di cambiare i regolamenti del biologico (con l’opposizione di Federbio, tra l’altro) perché probabilmente ci si è accorti che nei 23 anni precedenti si è approfittato di regolamenti blandi per commettere abusi… per non dire altro!

Altra amena affermazione è quella secondo cui l’agricoltura convenzionale: “esternalizza su tutti i consumatori i propri costi ambientali e sociali”. Perché non dire le cose fino in fondo spiegando che l’agricoltura biologica è una scelta di politica clientelare sancita nell’UE per tacitare dei movimenti sedicenti ambientalisti? Infatti, ciò che capita nei vari paesi comunitari circa il biologico lo conferma un’analisi fatta in Germania che rivela che il 100% del reddito di un’azienda biologica proverrebbe da sovvenzioni governative, mentre il contributo al reddito per l’agricoltura convenzionale si fermerebbe al 40%. Per l’Italia basta citare l’esempio della Regione Emilia Romagna che per essere molto più prodiga in queste sovvenzioni si appropria del 50% di tutta la superficie biologica del Nord Italia. Senza poi considerare l’anomalia del Sud Italia in fatto di quantità di superficie certificata AB.

Si dovrebbe, invece, obbligare a rendere di pubblico dominio che la certificazione biologica è solo una certificazione di processo e non di risultati in modo da far comprendere che ciò che di altamente qualitativo si attribuisce al cibo biologico non ha nessuna base di verità scientifica. Tra le tante omissioni, se come appena detto qualitativamente non vi è nessuna superiorità, vi è anche quella di quanto prodotto si ricava dalla superficie biologica certificata italiana. L’opinione pubblica avrebbe il sacrosanto diritto di conoscere questi elementi al fine di giudicare con più cognizione di causa. Forse si ha la coda di paglia e non si vuol far sapere quanto cibo biologico mangiato in Italia sia frutto di importazione da paesi che hanno solo un processo definito equivalente “ope legis”. Sempre l’opinione pubblica dovrebbe sapere che nel settore bio l’ente controllante (società privata di certificazione a scopo di guadagno) è pagato dal controllato; solo che facendolo si svelerebbe un eclatante conflitto d’interessi.

La mia non è una posizione ideologica ma, viceversa, si fonda sui dati statistici relativi a 17 anni di biologico:


1° i produttori esclusivi di biologico, cioè gli agricoltori, non sono mai aumentati dal 2000 al 2016: dopo aver quasi toccato i 50.000 nel primi tre anni si sono stabilizzati tra i 40.000 ed i 45.000, gli ultimi valori sono però eccezionali. Solo nel 2016 vi è stata un’impennata, ma non è ancora valutabile se si tratta di un trend stabile e non di un ulteriore exploit del Sud dell’Italia che è arrivato a detenere il 64% dell’AB italiana. Non ci sembra proprio una cavalcata vittoriosa come si racconta e si fa strombazzare ai media! Non è mai divenuta una cavalcata vittoriosa per il semplice fatto che il condurre in porto una coltivazione biologica che dia cibo è una fatica di Sisifo collegata peraltro a frequenti insuccessi (diverso è il discorso se si tratta di un pascolo e più avanti vedremo come i dati statistici sono illusori). Altra grande contraddizione poi è insita nel fatto che per i produttori esclusivi bio, dovendo concimare solo con sostanza organica, non è previsto l’obbligo dell’autoproduzione aziendale del concime organico; il fatto è sintomatico se si pensa che mio nonno (che faceva obtorto-collo agricoltura biologica ante-litteram) ne distribuiva 200/300 q/anno/ha di letame maturo sulle colture che lo richiedevano, non una inezia dunque. In sostituzione, invece, si permette l’acquisto di compost organico extraziendale presso allevatori non intensivi, ma che possono anche non essere biologici. E’ facile, allo stato attuale delle cose, prefigurare che se intervenisse l’obbligo dell’autoproduzione di queste non indifferenti quantità di compost letamico il “castello” della produzione biologica crollerebbe nello spazio di qualche anno, appunto a causa dell’impegno troppo gravoso nel gestire economicamente una stalla. L’identica cosa si verificherebbe se andasse in porto la proposta, per ora solo ventilata, di limitare le sovvenzioni pubbliche al settore al solo periodo di conversione ed al massimo nei primi due anni di certificazione dei terreni in produzione. La spesa, infatti, sta divenendo insostenibile per molti bilanci nazionali.

2° I cereali, il foraggio e tre coltivazioni arboree (agrumeti, vigneti e oliveti) si accaparrano circa il 90% della superficie certificata bio, lasciando un misero 10% a tutte le altre coltivazioni che sono enormemente più numerose e dovrebbero mettere a disposizione la maggior varietà di cibo. Ma il dato più fuorviante che falsa tutto il discorso sul biologico è quello delle coltivazioni foraggere, dei prati pascoli, dei pascoli magri e l’incolto (sic!) che si assicurano ogni anno più del 50% (Signori sono più di 500.000 ettari/anno!) della superficie certificata biologica nazionale. Ora dovrebbe essere notorio che nessuna delle superfici di cui sopra è concimata o protetta con fitofarmaci anche in agricoltura convenzionale e quindi non si comprende perché certificarla ed assicurarle così sovvenzioni come se in biologico si facesse qualcosa di diverso. E’ semplicemente un modo surrettizio per ingrossare le statistiche artificialmente e fuorviare chi non è competente.
Che dire poi dei 176.000 ettari in parte in conversione ed in parte certificabili che nelle statistiche sono descritte: “superfici forestali e/o di raccolta spontanea (funghi selvatici, tartufi, bacche selvatiche) non pascolate e notificate all’operatore; altro”? Per chi sa leggere tra le righe si tratta di un modo alquanto significativo della maniera abbastanza “allegra” di raccolta dei dati statistici. Ci si rende conto della gravità della dichiarazione “notificate all’operatore”? Significa, infatti, che si contabilizzano superfici liberamente dichiarate da chi è venditore di prodotti certificati, ma senza nessun controllo preliminare dove si producono? Resta da capire il significato tecnico di conversione a biologico di una superficie forestale e/o di raccolta spontanea!

3° Il Sud risulta essere la zona italiana dove esiste la maggiore coscienza ecologica nazionale, ma, nel contempo, però, ci sono i minori consumi di cibi biologici. Nei 17 anni per i quali si dispone di statistiche il Sud si appropria di più del 60% della superficie certificata, lasciando al Centro ed al Nord Italia (dove, tra l’altro, si mangia la maggiore quantità cibo biologico) dividersi il restante 40%. E’ notorio che è al Sud che sono più numerosi i terreni marginali ormai incoltivabili e quindi abbandonati (compresi molti oliveti), quindi non è fuori luogo pensare che la certificazione biologica sia un modo di lucrare denaro pubblico con conseguente rimpinguamento dei bilanci degli enti certificatori.

Se, come afferma il Presidente di Federbio, quanto delineato sopra sul settore bio è il futuro dell’agricoltura italiana mi ritengo un fortunato ad essere un vecchio agronomo, perché non vedrò i disastri che si arrecherà all’Europa e, purtroppo, anche all’Italia, che per giunta ha già una produzione di derrate largamente deficitaria. Personalmente dopo una vita di lavoro sono esentato dal cercare compromessi al ribasso e quindi mi posso permettere di fare critiche disinteressate, motivate e basate sulla scienza. Resta, però, un dato di fatto inconfutabile: ai sistemi biologici è imputabile il più grande disastro moderno provocato dall’alimentazione, che sono appunto i 50 morti e le migliaia di lesi renali permanenti del 2011 in Germania e questo solo perché in AB è proibito lavare preliminarmente con acqua clorata i semi che devono produrre germogli biologici certificati. Da cittadino europeo contrario alla scorciatoia del produrre biologico posso affermare a testa alta che di questi morti ed invalidi nessuno è sulla mia coscienza!

Alberto Guidorzi - 10-04-2018 - Tutti i diritti riservati

Alberto Guidorzi

Agronomo, ha studiato Scienze agrarie presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, e vive attualmente a Sermide, nel Mantovano. Scrive sui magazine "Agrarian Sciences", "Salmone" e "La Valle del Siele"

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