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Cosa significa mangiare bio

L’analisi approfondita di un fenomeno per tentare di comprendere i motivi per cui la domanda di biologico si sta sviluppando sempre più.  Le cause di tanto successo, a ben riflettere, sono da ricercare nell’ambito delle “paure alimentari”. Il consumatore è ossessionato dal reperire una nuova cultura culinaria individuale e quando pensa di averla trovata arriva un altro messaggio, che in sintesi dice: “hai sbagliato tutto”

Alberto Guidorzi

Cosa significa mangiare bio

La crescita del consumo, o meglio, della domanda di biologico ha avuto uno sviluppo estremamente accelerato. La cosa non è spiegabile solo dall’inusitato sostegno politico-mediatico, inoltre non si possono neppure ricercare le ragioni nel fatto che gli alimenti bio siano migliori per la salute (anche se un buon 34% di consumatori ci crede). Infatti, in tutte le verifiche fatte si dice che “…lo stato attuale delle conoscenze non permette di concludere con un livello di prova sufficiente e fondato sul consenso scientifico che si possa ricavare un effetto benefico dal consumo di alimenti biologici per la salutedella popolazione…”

Nessuna giustificazione scientifica dunque suffraga le aspettative salutistiche, eppure anche chi giunge a questi risultati conclude illogicamente che è meglio consumarne a motivo di un non scientifico principio di precauzione; vedasi l’esempio di cui al richiamo (1). Abbiamo un bell’esempio dell’ipocrisia che impera! Il comportamento sembra proprio finalizzato a creare domanda e mette a braccetto scienza (pardon pseudoscienza…) e messaggio pubblicitario. Quest’ultimo tra l’altro s’innesta su un contesto nazionale che vede la produzione di cibo biologico italiano largamente insufficiente a soddisfare la domanda, anzi questa è soddisfatta grandemente dalle importazioni, ma che sono più soggette alle frodi. 

Diamo un esempio di un prodotto italiano importato come materia prima, trasformato e riesportato, il fatto è la dimostrazione che la certificazione bio non è per nulla un controllo di qualità in quanto la merce era contaminata all’importazione ed è stata certificata bio e lo è rimasta dopo la preparazione seppure ricertificata bio (2)

Per giunta in Italia non è possibile conoscere il dato dei prodotti biologici in quanto si tiene nascosta la produzione italiana, probabilmente per non svelare il divario produttivo.  È altrettanto vero che non è neppure con il coltivare biologico che si salva l’ambiente, come lo crede un altro 30% di consumatori di bio. Infatti, è solo fatto loro credere che non si usa la chimica nel coltivare biologico e che usano letame e non concimi di sintesi. Come può essere vero se la stragrande maggioranza di chi coltiva biologico non ha un allevamento aziendale e quindi è obbligata a comprare letame da chi ha nutrito animali con mangimi ottenuti concimando con prodotti di sintesi? In altri termini concimano chimicamente per interposta persona. 

Si dice anche che non usano pesticidi perché quelli usati in agricoltura convenzionale avvelenano il consumatore, mentre è totalmente falso, perché loro li usano visto che ad esempio in USA (3) vi sono 5500 prodotti chimici e pesticidi utilizzabili in agricoltura biologica. È anche strano veder insistere sulla tesi della non tossicità dei fitofarmaci dell’agrochimica organica, quando il modo canonico di controllo prevede che per ogni biocida approvato (molti biocidi bio non subiscono nessun controllo e approvazione) siano state preliminarmente somministrate a dei topi di laboratorio delle dosi molto elevate per valutarne la tossicità? Come si può ammettere poi la nocività nell’uomo di quel prodotto quando questo ne ingerisce, per tutti i kg del peso corporeo, quantità di gran lunga inferiori seppure per lungo tempo? La scienza infatti ci dice che a piccolissime dosi il nostro corpo è capace di metabolizzare ed espellere qualsiasi sostanza senza nessuna conseguenza. 

Infine, non si salva l’ambiente se coltivando biologico produco la metà e pretendo di nutrire lo stesso numero di persone: o queste mangiano la metà, oppure si deve reperire il doppio di terre da mettere in coltivazione, non ci si scappa! 

Inoltre, se è vero come dice Bruce Ames che l’uomo con una normale dieta ingerisce 1,5 g/giorno di pesticidi naturali (che sono proprio quelli ammessi in biologico), cioè sostanze prodotte naturalmente dalle piante per la loro autodifesa, non sarebbe logico che prima di tutto ci si preoccupasse di questi, anche se, per quanto detto sopra, non ne vale la pena perché il corpo umano li metabolizza senza nessun danno? 

Vi sono infine dei consumatori di cibi bio che dicono di preferirli per un miglior gusto che questi hanno, solo che quando si fanno prove di degustazione con metodo scientifico, cioè senza conoscere la provenienza di ciò che si gusta, ci si si trova di fronte a persone che individuano il bio laddove non c’è.

Allora dove ricercare le cause di tanto successo se quelle elencate sopra si sono rivelate inconsistenti?

Queste sono da ricercare nell’ambito delle “paure alimentari” che attanagliano noi contemporanei, ma che sono vecchie come l’umanità e che oggi vedono forme inedite perché calate in una società satolla. Per cercare di trovare una spiegazione dobbiamo ricorrere al sociologo Claude Fischler e riprendere i contenuti del suo libro L’onnivoro (4), dove ha scritto che tre sono le caratteristiche universali che caratterizzano il funzionamento cognitivo dell’Homo sapiens in fatto di cibo: il pensiero classificatore, il principio d’incorporazione e il paradosso dell’onnivoro.

Il pensiero classificatore

Esso è al lavoro in tutti i campi della comprensione e specialmente nel campo del cibo, serve a fare la distinzione tra ciò che è mangiabile e ciò che non lo è. Esso è influenzato dalla cultura che fa sì che ciò che è immangiabile qui non lo sia laddove la cultura cambia. Noi non possiamo neppure considerare la possibilità di consumare insetti ... che è invece fonte eccellente di proteine ​​per molte altre popolazioni. Una volta classificato commestibile un cibo passiamo alla classifica degli abbinamenti, dell’impurità, del mangiarli crudi o cotti. Certi cibi hanno destinazioni in funzione del gruppo sociale di appartenenza, che ne stabilisce l’odine temporale di consumo. È in definitiva tutto ciò che determina il sistema culinario di un individuo o di un gruppo. Tutti gli esseri umani parlano e ogni gruppo ha la propria lingua; tutti gli umani mangiano e ogni gruppo ha la sua cucina!

Il principio d’incorporazione

Esso vuole che quando noi introduciamo un cibo gli facciamo oltrepassare la barriera tra esterno e interno del nostro corpo. Un cibo una volta all’interno fa parte di noi e crediamo che non agisca solo sul nostro organismo, ma anche sulla nostra natura. Infatti, vi è il detto che: “uno è ciò che mangia”. Tra l’altro questo non è proprio delle società primitive, ma anche di quelle sviluppate. Gli esempi si sprecano: si pensa che la carne rossa dia forza agli atleti, il bere sangue di un animale forte è stata una pratica per acquisire la forza dell’animale. È proprio il principio che spiega i tentativi degli esseri umani di controllare la loro identità corporea o simbolica attraverso la dieta, cosa diceva d’altronde Ippocrate? “Possa il tuo cibo essere la tua unica medicina”.

Il paradosso dell’onnivoro

Esso implica che l’essere umano, in quanto appunto onnivoro, tende costantemente a creare nuovi alimenti potenziali, ma resta cautelativo fino a quando non è certo della loro sicurezza. L’onnivoro è combattuto da sempre tra due motivazioni: la neofilia o appetito per i cibi nuovi e la neofobia, cioè la paura di questi.  Quest’ansia neuronale genera appunto il ricorso alle varie diete. Solo che nella seconda metà del secolo scorso sono avvenuti cambiamenti quali: urbanizzazione, industrializzazione, globalizzazione, cambiamento del modo e degli ambiti di lavoro, aumento del flusso delle informazioni (quasi un bombardamento) e non ultimo l’indebolimento dei precetti religiosi, che hanno sconvolto lo status quo che generava l’identità personale e collettiva, anche se parzialmente.

Come la società moderna ha elaborato i tre principi?

Innanzitutto, il modo di classificare i cibi si è invertito a causa del distacco e la lontananza dai luoghi della produzione alimentare, dalle trasformazioni tecnologiche e, soprattutto dal passaggio dalle ristrettezze all’abbondanza ed al conseguente spreco.  Il principio di incorporazione ha perso di senso: non siamo più quello che mangiamo perché non riconosciamo più il nostro cibo e di conseguenza inconsciamente siamo assaliti dal dilemma di cosa diveniamo se mangiamo certa roba.  

Infine, il bombardamento mediatico ci porta a non sapere più “cosa sia cosa”, non distinguiamo più il vecchio dal nuovo. Insomma, non sappiamo più dove immergiamo la forchetta. Recise le radici contadine, perduto il ricordo della penuria possibile, persi i quadri culturali tradizionali ed i precetti della religione, siamo esposti a informazioni contraddittorie che raggiungono il livello dell’intimidazione. 

Il consumatore è ossessionato dal reperire una nuova cultura culinaria individuale e quando pensa di averla trovata ecco che gli arriva un altro messaggio che in sintesi dice: “hai sbagliato tutto”. Nello scegliere è inoltre solo, un po’ come un naufrago.  

Dato il nuovo contesto ecco che trovano spiegazione i fenomeni moderni dell’anoressia, della bulimia e ora anche dell’ortoressia o, senza sfociare nella patologia, anche della falsa sicurezza del mangiare cibo biologico. In questo ambito dobbiamo includere anche il successo dei libri e delle trasmissioni di cucina.

Dall’altra parte, però, vi è una costatazione che non possiamo non far notare, la stragrande maggioranza dei nostri contemporanei ha a disposizione un’alimentazione sana da età dell’oro, appunto perché controllata dalla tecnologia. 300 anni fa occorreva lavorare 5 ore per avere 1 kg di pane (spesso frutto di miscugli di sfarinati o addirittura di argilla), due secoli dopo bastavano 1,2 ore (ma la qualità delle farine non era migliorata) e alla fine del secolo scorso solo 17 minuti e checché se ne dica si tratta esclusivamente farina di frumento immune dai difetti, dai parassiti e dall’impurezza del passato. 

A questo proposito non occorre mai dimenticare che il consumo di pane è calato solo perché abbiamo a disposizione cibi molto più nobili e salutari, altro che avvelenati! Negli anni ’50 del secolo scorso morivano ancora 150.000 persone/anno per intossicazione alimentare, oggi siamo a livello di 150. 

Oggi un’annata come quella del grande freddo in Europa del 1709 allunga il periodo degli sport invernali, in quell’anno, invece, ci furono centinaia di migliaia di morti per fame. A conclusione dobbiamo dire che oggi esiste una contrapposizione tra la libertà conquistata dai consumatori e il ritorno fantasticato ad un universo protettivo. Purtroppo, la politica ha scelto la via della proliferazione legislativa per rassicurare in ambito alimentare, mentre invece ciò agisce da moltiplicatore di paure. Per contro avrebbe, invece, dovuto mostrare e divulgare gli elementi obiettivi sui progressi fatti nell’alimentazione e nella sua sicurezza quanti-qualitativa.

 

(1) 

(2) 

(3)  

(4) 

 

 

Alberto Guidorzi - 25-12-2018 - Tutti i diritti riservati

Alberto Guidorzi

Agronomo, ha studiato Scienze agrarie presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, e vive attualmente a Sermide, nel Mantovano. Scrive sui magazine "Agrarian Sciences", "Salmone" e "La Valle del Siele"

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