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Sul biologico, tutta la verità

L’ideologia? Non sempre usa la logica. A sostenerlo è l’agronomo Alberto Guidorzi, che risponde a una lettera aperta dell’imprenditrice Francesca Petrini sulla diatriba biologico/convenzionale. Il quale scrive: a differenza dell’imprenditrice marchigiana, che dimostra di aver abbracciato in toto l’ideologia del biologico, io ho intuito subito che alla base vi erano tanti “bobos” e tanti profittatori

Alberto Guidorzi

Sul biologico, tutta la verità

Al vedere scritto Monte San Vito nella lettera inviata a Olio Officina da Francesca Petrini, non dico che mi sia scappata una lacrimuccia, ma quasi. Il ricordo è andato alla mia prima esperienza professionale in qualità di tecnico di zuccherificio di stanza a Jesi. Mi recavo settimanalmente al mercato bestiame di Chiaravalle ed io, padano, godevo nell’ammirare un paesaggio disseminato di case coloniche ben tenute, di olivi, viti e appezzamenti tanto ben curati da essere dei giardini. Quante indimenticabili discussioni ho avuto con i mezzadri fieri di mostrarmi il loro bestiame al quale facevano mangiare i sarmenti della potatura degli olivi per avere capi col mantello lucido. Successivamente quegli stessi mezzadri li ritrovavo a visitare prove sperimentali di concimazione e di protezione dai parassiti sulla barbabietola da zucchero che avevo impiantato a Rocca Priora presso l’azienda del Prof. Baldoni.  Purtroppo, sono passati 54 anni, comunque le Marche non le ho mai abbandonate, ma le ho frequentate assiduamente per altri 40 anni. 

Tuttavia, in quelle occasioni, io non mancavo mai di far notare ai mezzadri che le concimazioni andavano adeguate ai bisogni della coltivazione (allora distribuivano troppo letame) e che era sbagliato dire che se era sufficiente 1 e vi buttavo 2 ottenevo il doppio, così dicasi con i prodotti di trattamento ed i primi diserbi; in questo particolare ambito li invitavo a far proprie le conoscenze dei cicli dei parassiti e il nome delle malerbe al fine di adeguare i tempi d’intervento e soprattutto le dosi dei fitofarmaci allo stretto bisogno. Quindi a questo riguardo non mi si possono dare lezioni, ho insegnato ad applicare l’agricoltura integrata in tempi non sospetti, ed ho sempre condannato le derive sconsiderate (che non nego essere successe nell’euforia di guadagni facili) nell’eseguire certe nuove pratiche agricole. In quei tempi, però, era iniziato l’esodo dalle campagne e quindi mi sono detto che a tutta questa gente bisognava comunque portare da mangiare negli abitati dove si sarebbero inurbati e pertanto occorreva conciliare una produzione adeguata ai bisogni di cibo cresciuti con una più elevata sostenibilità ambientale.

Tuttavia da giovane agronomo figlio di agricoltori da quattro generazioni sapevo che non vi era proprio bisogno di reinventare l’agricoltura (l’agricoltura biologica non la si è inventata negli anni ’70, era un sistema vecchio di secoli e praticata in mancanza d’altro), occorreva solo continuare con gli stessi concetti consolidati dall’esperienza (rotazioni lunghe, attenzione alla sostanza organica del terreno, terreni meno disseminati di semi di malerbe ecc.) e soprattutto professionalizzarsi sempre più per integrare il vecchio con il nuovo e agire “cum grano salis” come diceva Plinio. 

Tuttavia dato che era perfettamente visibile cosa sarebbe capitato nelle campagne dopo millenni di status quo, ci si doveva comportare con lungimiranza: occorreva accompagnare l’espulsione inarrestabile di gran parte della popolazione rurale di allora con la creazione di aziende di dimensione adeguata all’operare di agricoltori professionali.  Invece cosa si è fatto?  Si sono fatti diventare proprietari dei mezzadri vecchi e quindi contentissimi di poter lasciare una proprietà ai figli, senza sapere, però, che, scomparsi loro, i figli sarebbero scappati dalla campagna o vi sarebbero rimasti a mezzo servizio. È in quegli anni che si è programmato un panorama di aziende sotto dimensionate e che dei nostalgici hanno proposto l’agricoltura biologica. Inizialmente ho voluto capire, ma subito mi sono convinto che era una proposta tecnicamente sbagliata e inadeguata ai tempi. Quando poi ho assistito al sorgere nel mondo del bio di organizzazioni solo lobbystiche e alla commistione con la politica politicante ho avuto la certezza di aver visto giusto. L’evoluzione del settore del biologico mi ha rafforzato nella mia convinzione.  Infatti, si è creata una lobby che ha sparso paure a piene mani nei consumatori (che, tra l’altro, aveva perso la cognizione di come si produceva il cibo in agricoltura) ed una politica che ha intuito subito che era pagante ergersi a difensore della naturalità e della salute dei cittadini fuorviati dalla propaganda.  Quindi, a differenza della Signora Petrini che con la sua lettera dimostra di aver abbracciato in toto l’ideologia del biologico, io ho intuito subito che alla base vi erano tanti “bobos” e tanti profittatori. 

Certo l’agricoltura doveva rendersi conto che non poteva rincorrere solo la quantità, vi doveva abbinare anche la qualità. Il mondo del biologico devo dire che l’ha capito molto prima dell’agricoltura convenzionale, solo che ben pochi si sono accorti che il protocollo di produzione imposto invece non assicurava la qualità del biologico, infatti, nessun dato analitico obbiettivo ce ne dà la misura ed il tutto rimane un solo fatto soggettivo soprattutto a livello di gusto. Nel contempo, però, il protocollo del biologico sacrificava molto le quantità producibili, appunto per il rifiuto delle innovazioni. Anzi si è voluto vendere la panzana che ci fosse una corrispondenza biunivoca tra meno quantità e più qualità.  Tuttavia, se mancano dati obiettivi sulla qualità quelli sulla perdita di produttività del bio ci sono, purtroppo dobbiamo andare all’estero per trovarli. In Italia le statistiche ufficiali si rifiutano di comunicarne le produzioni unitarie e quando si danno si citano solo le prove parcellari non probanti in quanto non possono valutare tutte le variabili. Signora Petrini mi sa fornire giustificazioni di queste omissioni, forse non si vuole evidenziare troppo il fenomeno negativo?  L’Accademia dell’Agricoltura Francese (organismo altamente qualificato ad esprimere giudizi), invece i cali produttivi ce li dà ed io mi permetto di sottoporli al lettore:

L’agricoltura biologica si è costruita dunque su due pilastri: uno traballante che è la produzione, ossia l’offerta (almeno quella nazionale), e l’altro, consolidatosi nel tempo, che è il consumo, ossia la domanda.  Solo che il rapporto tra offerta e domanda è sbilanciato e quindi per dare alla domanda valenze ideologiche, si inventò un protocollo di pratiche ammesse e di pratiche proibite, un semplice cahier de chargescome direbbero i francesi. Però, in ragione delle numerose proibizioni, esso esigeva un controllo. Ad esercitare questo controllo, però, lo Stato rinunciò da subito e assegnò il compito a strutture private. Eppure se lo Stato si era erto a difensore della salute pubblica era suo compito assicurare il controllo del settore. La struttura di controllo privata, infatti, avrebbe avuto un vizio di fondo, anzi un vero e proprio conflitto di interesse: il soggetto sotto controllo era lo stesso che pagava i controllori e soprattutto questi dovevano campare solo con questi introiti; scopriremo poi che questo non era del tutto vero in quanto alle società private di certificazione era tacitamente concesso assumere contemporaneamente la quadrupla funzione di produttori, trasformatori, venditori e certificatori di sé stessi. Ho parlato sopra di produzione traballante e quindi di una base produttiva (quella insomma che pagava assieme alla collettività tutto il settore del bio) destinata ad una crescita molto lenta (basta guardare le statistiche dei produttori esclusivi di biologico dal 2000) e che non aveva la possibilità di supportare tutto l’ambaradan costruito sopra il fenomeno del biologico. La soluzione fu presto trovata: - s’inventò la figura dei paesi esteri con “protocollo bio equivalente”! (la cui equivalenza, però, assunse subito caratteristiche di notevole elasticità perché frutto di accordi bilaterali su una vasta quantità di prodotti), dai quali si potevano importare prodotti bio a basso prezzo perché provenienti da paesi più poveri; - s’inventò l’azienda mista, metà biologica e meta non biologica, nella quale dallo stesso cancello vi potevano entrare  mezzi di produzione proibiti e non proibiti (è pensar male dubitare che mezzi di produzione più efficaci ma proibiti in bio potessero essere usati ugualmente?); - s’inventò la possibilità di destinare a biologico superfici praticamente abbandonate dove era prefigurabile solo una parvenza di allevamento che, però, tra bio o non bio nulla aveva di differenza; -  si pontificava sulla concimazione organica e non si obbligava chi produceva biologico ad avere un allevamento aziendale per autoprodursi il letame. 

A proposto lei mi parla di “accresciuta coscienza ambientale”: è forse tale quella che ha indotto tanti proprietari di terreni abbandonati a votarsi al biologico? Queste cose le ho scritte nei miei vari articoli pubblicati da Olio Officina e nessuno è riuscito a dimostrare che le mie fossero considerazioni destituite di fondamento.

Circa poi il suo affermare che il mondo del biologico ha una visione diversa del mondo, spero che non si riferisca al fatto che l’agricoltura biologica ha germinato in cervelli corrotti dall’antisemitismo, dal razzismo, dal fascismo di Petain e dal nazismo accarezzato da Rudolf Steiner?  Quest’ultimo tra l’alto non fu l’unico dei padri dell’ideologia del biologico a lasciarsi coinvolgere da certe tentazioni. Guardi che questa non è una mia invenzione, ma l’ha scritta Frederic Denhez (noto ecologista francese) nel suo recentissimo libro “Acheter bio? A qui faire confiance” ed. Albin Michel 

Lei mi accusa di carenza diobiettività, ma non cita nessun caso specifico dove la mia obiettività sia venuta meno. Infatti le concedo che la colpa di questa sfiducia verso il cibo convenzionale è da ricercare negli stessi agricoltori che lo producono, specialmente quelli più professionali, che non hanno saputo convincere e mostrare che con il passare del tempo è avvenuto un continuo miglioramento nelle loro pratiche agronomiche: le rotazioni si fanno ancora, i prodotti di trattamento a disposizione sono totalmente cambiati in meglio e pure il modo di usarli è migliorato molto. Certo la ricerca non deve finire, occorre trovare nuovi prodotti a scarso o nullo (biocontrollo) impatto ambientale ed efficaci. Gli strumenti della ricerca però non servono a nulla se non si affidano ad operatori coscienti e preparati.

Mi dica su quale libro di agronomia, perché vorrei leggerlo anch’io, ha trovato che i fertilizzanti insteriliscono i terreni.  Lei afferma che vi è un 20% dei terreni a rischio di desertificazione e che è colpa della concimazione eccessiva? Ebbene anche qui se si fosse documentata avrebbe appreso che la SAT italiana (superficie agricola totale) è di 17,1 milioni di ettari, mentre la SAU odierna (superficie agricola utilizzata) si è ridotta a 12.8 milioni di ettari. Quindi quelli che lei chiama a rischio desertificazione sono proprio quei 4,3 milioni di ettari di differenza, ormai praticamente abbandonati. Sono terreni, però, che non sono mai stati riempiti di fertilizzanti, erbicidi o fungicidi. 

Altra documentazione che la invito a procurarsi sono i dati EFSA sui residui di fitofarmaci trovati nei campioni di cibo analizzati. Ebbene si accorgerà che in biologico il 98,5% dei campioni di cibo analizzato è composto da circa un 80% non presentante residui ed il resto (18,5%) con residui vari ben al di sotto della norma molto cautelative legali. Infatti, pure voi usate i pesticidi e tra l’altro peggiori in fatto di ecotossicità ambientale dei corrispondenti fitofarmaci convenzionali. Lo si dimostrerà più avanti. Per contro nei cibi provenienti da agricoltura convenzionale i dati EFSA sui residui dicono che vi è un 60% di campioni senza residui e un 37,7% con residui ben al di sotto dei limiti ammessi; il tutto per un totale del 97,7%. Il “mix” di residui comportanti un aumento di tossicità totale a cui accenna è una sua affermazione destituita di ogni fondamento, o meglio si è solo lasciata influenzare da una propaganda tendenziosa che nessuna ricerca ha fino ad ora avvalorato, anche perché un fitofarmaco prima di essere autorizzato è valutato anche sotto questo aspetto.

Essendosi lei avviata su questa china di affermazioni senza il supporto di prove, ha voluto far colpo sul lettore dicendo che sui fitofarmaci vi è questo pittogramma

 

solo che non si è peritata di verificare che sui fitofarmaci moderni più usati non esiste più nessun “pittogramma a teschio”. Anzi se avesse fatto una verifica preliminare si sarebbe accorta che il quadro tossicologico dei prodotti autorizzati in biologico è ben peggiore dei corrispondenti fitofarmaci usati in agricoltura convenzionale. Affinché il lettore si renda conto della veridicità dell’affermazione può verificare che dalle schede di sicurezza dei fitofarmaci biologici risulta che ben 4 su 5 (solfato di rame, zolfo, azaridactina, spinosad e piretro) portano il seguente pittogramma 

 

che significa “nocivo alla salute”, mentre solo 1 su 5 di altrettanti fitofarmaci usati in agricoltura convenzionale lo porta (Presidium one, Rebel top, Mediator plus, Decis, gliphosate). Tutti indistintamente (bio e non bio e salvo lo zolfo) portano invece il pittogramma

che significa “pericoloso per l’ambiente”.  

Le pare in tutta onestà che l’agricoltura biologica ne esca con un’aureola di “verginità ambientale” superiore? L’ambiente si preserva immettendo meno fitofarmaci possibili in ambiente è questo è possibile solo se sono molto efficaci e se si usano professionalmente, mentre quelli consigliati in bio sono poco efficaci, poco persistenti e quindi occorre usarne quantità maggiori. Se prendiamo il rame come esempio, per esso in Germania, secondo Kuhne et al., 2017, i quantitativi usati per ettaro in “biologico” su vite, luppolo e patata sono rispettivamente pari al 288%, al 153% e al 175% di quelli usati nell’agricoltura convenzionale, solo che a questi livelli si rischia l’esposizione cronica, e in queste condizioni si legge nelle avvertenze che il rame è: mutageno, teratogeno e con rischi per la riproduzione (QUI). 

Termino dandole atto che essendo lei un’imprenditrice agricola ha il diritto-dovere di massimizzare il suo reddito mettendo in atto sia a livello di produzione che di vendita dei suoi prodotti tutti gli strumenti che le leggi vigenti le mettono a disposizione, compreso il produrre biologico con annessi e connessi ed in più cercare di convincere i consumatori dell’esistenza di plus valori nei suoi prodotti. È disdicevole, però, farlo denigrando gli agricoltori che fanno altre scelte e che ancora sono la stragrande maggioranza, oppure facendo solo proclami ideologici sulle contestazioni specifiche e documentate che ho offerto e metto disposizione dei lettori anche con questa nota. In questo caso, per correttezza, le sarebbe solo concesso rispondere con altrettanti dati di fatto che dimostrino che ho riportato cose inesatte o addirittura false. La sua contro-risposta non l’ha minimamente fatto, però!

Alberto Guidorzi - 05-03-2019 - Tutti i diritti riservati

Alberto Guidorzi

Agronomo, ha studiato Scienze agrarie presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, e vive attualmente a Sermide, nel Mantovano. Scrive sui magazine "Agrarian Sciences", "Salmone" e "La Valle del Siele"

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