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Quando a Roma si fece la riforma agraria

No, non vi sto per raccontare la Roma del II secolo a.C. quando Tiberio e Gaio Gracco si batterono invano contro l’oligarchia dei senatori per distribuire terreni alle famiglie contadine, ma quella degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso

Alfonso Pascale

Quando a Roma si fece la riforma agraria

Anche il Comune di Roma fu interessato dagli interventi di riforma fondiaria che coinvolsero in Italia 2.800 proprietari di 700 mila ettari espropriati e assegnati, in poderi e quote, a 120 mila contadini. A Roma le terre della riforma andavano dal Castello Odescalchi sul Mar Tirreno fino al Tevere; furono più di 8.800 gli ettari assegnati, con quasi 850 fondi tra quote e poderi. A beneficiarne furono soprattutto mezzadri e pastori originari delle Marche e dell’Abruzzo.

Con la riforma si realizzò quella parte dell’art. 44 della Costituzione che prevede la trasformazione delle grandi tenute ad agricoltura estensiva e la creazione di piccole e medie aziende coltivatrici. Contemporaneamente, furono creati nuovi consorzi di bonifica, come quello dell’Agro romano e di Ostia-Maccarese, fondati nel 1959, e quello della Media Valle del Tevere, istituito nel 1964, riuniti in anni recenti nel Consorzio di bonifica Tevere e Agro romano. L’idea era quella già sperimentata con successo negli anni Trenta della “bonifica integrale”, comprendendo tutte le opere civili e idrauliche che potevano permettere stabilmente le coltivazioni e l’appoderamento.

Vennero così costruite centinaia di case coloniche con annessi rurali: stalle, porcili, pollai e letamaie. Le case avevano il compito importantissimo di infondere attaccamento alla terra e di creare una nuova identità per le famiglie di assegnatari. Dalla coesione e dal lavoro delle famiglie contadine e delle comunità rurali dipendeva, infatti, la riuscita o il fallimento della riforma.

Le case erano in genere a due piani, con la scala esterna. Al pianterreno c’erano la stalla, il granaio e un magazzino. Al primo piano c’era invece l’abitazione, con il pavimento in mattonelle di graniglia, la stufa-cucina economica, il lavandino di granito, il serbatoio per l’acqua, le porte e le finestre di legno. A Tragliatella – sull’Aurelia - le stalle erano fabbricati di un piano contigui alla casa a due livelli. Con le abitazioni vennero costruiti anche gli acquedotti e le strade interpoderali.

Se andate a Formello, potete visitare una di queste case coloniche che ha conservato la stalla originale, ha ricostruito la cucina con gli arredi dell’epoca e ha raccolto attrezzi manuali e a traino animale. E’ il Museo “Casolare 311”, che prende il nome dal numero di assegnazione del podere. Lo gestisce un giovane studioso di storia dell’agricoltura, Armando Finocchi, nipote dell’assegnatario del podere numero 311. La casa si trova nel territorio del Parco di Veio, in cui il Centro di colonizzazione di Prima Porta assegnò quasi duemila ettari di poderi e di quote tra la via Cassia e la via Flaminia. Finocchi ha scritto un bel volume dal titolo “Il nuovo volto delle campagne” (Edizioni Miligraf 2012) che potete richiedere al Museo.

Quando la maglia dei poderi era troppo larga per creare piccoli gruppi di case, furono costruiti nuovi borghi rurali in modo da richiamare a forme di vita comune anche gli assegnatari più distanti. Ideati da Carlo Boccianti, un progettista affermatosi nell’ambito dell’architettura rurale proprio nel periodo della riforma, i nuovi borghi avevano la chiesa con la canonica, la scuola, un piccolo ambulatorio medico, lo spaccio, la casa del cooperatore, magazzini per sementi e macchinari agricoli. Nacquero così i borghi di Due Casette, di Terzi e di Testa di Lepre nella Campagna romana tra la via Aurelia, Bracciano e le colline della Tolfa.

L’Ente Maremma promosse anche delle cooperative, come il Centro-Macchine di Castel di Guido, a pochi chilometri dalla via Aurelia. La struttura permetteva di noleggiare o acquistare macchinari agricoli e di vendere i prodotti a condizioni vantaggiose. Nelle sedi delle cooperative gli assegnatari acquistavano prodotti alimentari, organizzavano balli nei momenti di festa e andavano a guardare la televisione.

Corsi di agronomia istruivano gli assegnatari sulla conduzione del podere, anno dopo anno. Seguirono corsi specialistici per i potatori, per gli allevatori o per i trattoristi, e corsi per le donne di economia domestica e di taglio-e-cucito. Le scuole erano costruite nei borghi ma anche nei territori più isolati, tra i poderi. Centinaia furono i bambini ospitati nelle colonie dell’Ente Maremma al mare, ai monti e al lago, assistiti dal personale specializzato del Centro Italiano Femminile e della Pontificia Opera di Assistenza.

Le piazze dei borghi rurali e le aie delle case coloniche vivevano spesso momenti di festa. L’evento più atteso era quello della festa della trebbiatura. I giovani si riunivano in circoli. In quello di Testa di Lepre nell’aprile del 1958 venne inaugurato un televisore. Una delle iniziative più originali dei circoli giovanili fu quella della diffusione della lettura: d’intesa con l’Ente, riuscirono ad interessare il Ministero della pubblica istruzione a mettere a disposizione il “Centro mobile di lettura”, un camioncino-biblioteca dotato di più di duemila volumi che raggiungeva i borghi rurali e prestava libri agli assegnatari.

Preparandosi sui temi dell’istruzione professionale, i giovani della riforma potevano partecipare al “Quiz dell’Agricoltore”, il gioco a premi organizzato da Alberto Sirri. Nel 1959 a Testa di Lepre si sfidarono dodici finalisti di quattro Centri di colonizzazione. A presentare lo spettacolo fu l’attore Valerio Degli Abbati e valletta era Elena D’Amico, figlia di un assegnatario di Malagrotta. Vi partecipò, fra tanti, Marcello Di Silvano, di Testa di Lepre, che nonostante la cecità dalla nascita si preparò con cura e si classificò tra i primi. Commosse tutti.

Dopo i dissodamenti, le semine, i timori e le speranze, arrivarono finalmente le attese mietiture. Squadre di lavoranti e di assegnatari raccolsero il primo grano della riforma. Tra Prima Porta, Bracciano e Malagrotta si lavorava con la bandiera italiana issata sul palchetto più alto della trebbiatrice. Gli assegnatari anziani, in quel tempo non ancora ventenni, ricordano che la sera si cantava, nelle aie, stornelli di mietitura come “Quanno nascesti tune” o serenate come “Affaccete Nunziata”, se qualcuno sapeva suonare un organetto.

In anni in cui la produzione di grano passò dal valore medio di 14 quintali per ettaro del 1950 al valore di 21 del 1955, molti assegnatari parteciparono ai concorsi nazionali per la produttività, mentre l’Ente Maremma seguì campi sperimentali sulle varietà di grano, sulla densità delle semine e sui diversi tipi di concimazione. Alcune nuove aziende nate dalla riforma, come quella di Pietro Massaccesi a Castel di Guido, furono prese a modello e visitate da agronomi e studiosi.

Si costituì in quegli anni la cooperativa Aurelia, che raccoglieva oltre 800 produttori di latte con centinaia di stalle e migliaia di vacche. La struttura iniziò a tenere corsi di mungitura, prima con speciali mammelle finte e poi dal vero. E si organizzò per prelevare casa per casa le brocche del latte, le caratteristiche taniche di alluminio, con camioncini che viaggiavano nel cuore della notte e la mattina presto. A Testa di Lepre si aprì una centrale del latte. Nel 1960 circa un nono del latte che si consumava quotidianamente nella Capitale era fornito dagli assegnatari della riforma. Altre cooperative si specializzarono invece nella macellazione della carne, aprendo piccoli mattatoi e partecipando a rassegne e mercati zootecnici. Altre ancora nella lavorazione dei prodotti ortofrutticoli. Ai Mercati generali di Roma venne aperto un banco di vendita degli ortaggi e dei latticini delle aziende della riforma.

Con l’apertura al mercato e con la gestione autonoma dell’azienda si realizzava il passaggio da mezzadri e affittuari a nuovi piccoli proprietari in grado di prendere decisioni con responsabilità e coraggio nel difficile mestiere di agricoltore, tra l’incertezza della natura e quella dell’economia. Si trattò di pionieri che Roma non ha mai considerato come parte integrante della città. Eppure la riforma dette un impulso rilevante allo sviluppo urbano non solo permettendo a moderne aziende agricole di approvvigionare i quartieri cittadini con prodotti freschi. Le indennità erogate dallo Stato per gli espropri furono investite dai proprietari nell’edilizia e in attività industriali e le famiglie degli assegnatari garantivano anche forza lavorativa nelle nuove economie. Se oggi Roma conserva ancora 40 mila ettari di campagna lo si deve principalmente a tanti contadini che riuscirono a trasformarsi in imprenditori. Mettendo pazientemente a dimora piantine alte un palmo in territori desolati, accompagnando i figli a scuola con la carriola o scendendo nella stalla anche con la febbre alta per mungere le mucche come ogni mattina, essi compivano senza saperlo gesti di eroismo quotidiano pieni di forza e di dignità. Ma della storia della Campagna romana non si serba gelosamente la memoria.

 

La foto è di Luigi Caricato

Alfonso Pascale - 21-01-2014 - Tutti i diritti riservati

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