Martedì 22 Gennaio 2019 - direttore LUIGI CARICATO - redazione@olioofficina.it

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È faticoso, ma occorre provarci

Alfonso Pascale

Cos’è la politica? La politica resta l’arte, per eccellenza, del vivere insieme; la tecnica, raffinata, per convivere bene nelle nostre società democratiche. La storia delle civiltà ci dice che il ben-vivere ha bisogno di un complesso di istituzioni. E noi comunemente identifichiamo tali istituzioni con la politica. L’attuale disinteresse per tutto ciò che riguarda la politica è certamente comprensibile. Ma della politica non si può fare a meno. Senza la politica non c’è speranza di vivere meglio. La gente è giustamente nauseata da una politica esercitata esclusivamente come potenza e che, per questo, determina inevitabilmente fenomeni degenerativi, come le pratiche correntizie, l’autoritarismo, il malgoverno e la corruzione.

Oggi sono in tanti a disprezzare la politica e ad evitarla. Ma questo atteggiamento, benché giustificabile, se visto superficialmente, è in realtà profondamente sbagliato. Più ce ne allontaniamo, più la politica degrada. E danneggiamo irrimediabilmente noi stessi. Lo abbiamo visto anche nel referendum sulla riforma costituzionale. L’impulso a utilizzare il voto per protestare istintivamente contro la politica ha impedito a tanti elettori, soprattutto giovani, di riconoscere i risultati, benché ancora parziali e incerti, di un primo abbozzo di cambiamento, in un paese, da ormai troppo tempo, immobile e stanco.

La politica non rinsavisce per forza d’inerzia o sotto colpi di scure sferrati alla cieca. Essa cade sempre più in basso se i cittadini non partecipano alla vita politica e non s’impegnano a cambiarla dall’interno. Non basta l’esercizio del voto per migliorare la politica. Occorre fare politica attiva nei partiti e nei movimenti politici nelle forme proprie della politica: mettersi in sintonia con la società per ascoltarne le domande e i bisogni, formare e selezionare nuovi gruppi dirigenti, partecipare alla formulazione dei programmi elettorali e monitorarne l’attuazione, candidarsi alle elezioni dopo una fase di adeguata preparazione. Solo in questo modo possiamo effettivamente cambiare la politica. La mala politica la si estirpa dall’interno. È faticoso ma occorre provarci e riprovarci. Non serve combatterla dall’esterno. Perché così facendo continueremmo a danneggiare solamente noi stessi.

Il nuovo contesto della politica democratica

Nelle nostre società democratiche, la politica non ha necessariamente come fine il potere, né obbligatoriamente si identifica con il potere per il potere. Essendo semplicemente un’arte o una tecnica, la politica non è un fine ultimo. È solo uno strumento per stare insieme civilmente. E allo stare insieme noi diamo, volta per volta, dei fini. Ma quei fini non costituiscono la politica. Per dirla con Norberto Bobbio, “la politica non è la civiltà, ma è il veicolo attraverso cui passa necessariamente ogni forma di civiltà”. La scelta dei fini avviene nel confronto tra le diverse concezioni del mondo, tra le molteplici idealità. La politica non si identifica totalmente con tale confronto, benché costituisca l’elemento irrinunciabile perché esso avvenga e produca risultati in termini di “con-vivenza” e di “ben-vivenza”.

Se fino al Novecento esistevano in Occidente essenzialmente tre concezioni del mondo (cristiana, liberale e socialista) che si sono combattute aspramente dando vita a forti partiti identitari, adesso con la globalizzazione viviamo in società multiculturali e multideali complesse. Le appartenenze e le identità sono diventate molteplici e di natura diversa: territoriali, sociali, generazionali, sessuali, professionali, scientifiche, etniche, religiose, ideali, culturali. Attengono non solo a visioni del mondo ma anche, semplicemente, a specifici stili di vita e a modi distinti di relazionarsi, produrre e consumare. E tali antiche e nuove identità e appartenenze si sovrappongono nello stesso individuo e negli stessi gruppi, costituendo identità e appartenenze plurime. La globalizzazione ha portato immense opportunità. Ma ha fortemente indebolito le identificazioni nazionali ed ha fatto riemergere il conflitto tra le culture. Le loro intransigenze alimentano oggi fenomeni terroristici globali.

Gli elementi che in passato distinguevano l’urbanità dalla ruralità si sono ridimensionati e quelli che restano si sovrappongono e creano nuove differenziazioni. Centro e periferia, metropoli e aree interne hanno perduto i significati originari. E tali endiadi ora descrivono nuove entità policentriche e multi-identitarie. Le quali si presentano in modo molto differenziato, ma a segnarne la distinzione sono il capitale sociale, i beni relazionali, le reti di interconnessione e i legami che si stabiliscono spontaneamente nelle comunità-territori. Oggi, dappertutto, sono le comunità-territori i potenziali protagonisti dello sviluppo locale autopropulsivo, nello scenario della dinamica tra flussi globali e lunghe derive delle culture locali.

Un altro aspetto delle nostre società multiculturali riguarda la possibilità di affrontare la crisi ecologica che ha investito il pianeta. Solo l’assunzione di una visione globale dei problemi ambientali e la ridefinizione continua del rapporto tra scienza, tecnologie, economia, territori, società e comunità permetterebbero un approccio costruttivo a tale fenomeno.

Un altro elemento che occorre considerare è l’emergere della bioetica, intesa come insieme di questioni che riguardano aspetti privati come la vita e la morte, il corpo e la generazione. A causa dell’innovazione tecnologica che le ha investite, oggi tali problemi esorbitano dal campo delle scelte esclusivamente personali ed entrano in quelle della decisione pubblica.

Infine, la rivoluzione digitale ha prodotto immense opportunità, ma anche taluni rischi che vanno gestiti con saggezza. Ad esempio, ha trasformato completamente il rapporto tra marketing e comunicazione, producendo il fenomeno della post-verità, cioè la menzogna costruita ad arte per nascondere la verità e l’indifferenza a distinguere quello che è vero da quello che è falso.

Nell’era della post-verità, il semplice sensazionalismo utilizzato in passato per favorire il consumo di un prodotto materiale o immateriale, oggi si sovrappone e si confonde con la menzogna in modo del tutto “naturale” e “amorale”. La rivoluzione digitale ha, inoltre, creato un divario ancor più marcato tra l’ultima generazione e quelle precedenti, introducendo problemi evidenti di comunicazione e di scambio intergenerazionali. I nativi digitali hanno elaborato altri modi di pensare e di vivere che ormai agiscono come elementi fondanti di una nuova appartenenza o identità. Per le generazioni come la mia, che si sono educate senza il web, pensare e ricordare sono la stessa cosa. Pensiamo ragionando e comparando vicende e idee nel lungo periodo. Siamo allenati ad andare con la mente avanti e indietro nel tempo.

Facciamo uso nel nostro linguaggio e nella nostra scrittura della consecutio temporum e delle costruzioni sintattiche complesse. L’ultima generazione ha affidato al computer il compito di ricordare, determinando una sorta di atrofia della memoria, intesa come funzione psichica di riprodurre direttamente nella mente l’esperienza passata. E questa evoluzione influisce notevolmente nel modo di pensare e di esprimersi e, soprattutto, nella possibilità di selezionare l’enorme quantità di informazioni di cui siamo quotidianamente inondati. Già in passato tra le generazioni era faticoso intendersi. Con l’ultima, tutte le altre rischiano di non comunicare più.

 

Identità e laicità

Nelle democrazie del terzo millennio, solo un’educazione alla laicità e una sua pratica costante potranno, dunque, permettere il confronto tra le diverse appartenenze e identità, il loro riconoscimento e la loro convivenza. Ed è questo il nuovo compito della politica democratica.

La laicità oggi serve ad orientare le appartenenze e le identità verso il superamento delle proprie chiusure e intransigenze e ad aprirle alla comprensione reciproca e alla cooperazione universale.

La laicità oggi serve ad abbattere i pregiudizi, gli stereotipi, i privilegi e le rendite di posizione e ad affermare le pari opportunità e le eguaglianze sostanziali.

La laicità oggi serve a smascherare il conformismo e la menzogna e a fare emergere la libertà e la verità.

La laicità oggi serve a contenere le paure, l’incertezza e il disagio e a stimolare il coraggio, l’intraprendenza, il saper fare e l’operosità.

 

Sinistra e destra

La laicità non si contrappone all’identità ma la civilizza. È per questo che “sinistra” e “destra” sono in futuro destinate a differenziarsi per il diverso grado di laicità della propria azione. La laicità sarà sinonimo di dinamismo, cambiamento e solidarietà. L’identità che resiste all’azione civilizzatrice della laicità sarà sinonimo di conservazione, stagnazione ed egoismo. Più le pratiche laiche si affermeranno e più cresceranno l’apertura al diverso, l’inclusione sociale, l’interazione culturale, la vitalità sociale ed economica delle persone e delle comunità, le pari opportunità, e meglio potranno essere soddisfatti i nuovi bisogni. Meno le pratiche laiche si espanderanno e più si ergeranno i muri, si emargineranno gli ultimi, diventeranno esplosive le diseguaglianze.

 

Una leva di nuovi politici

La politica democratica ha bisogno di una leva di nuovi politici che interpretino la politica come arte e tecnica della “con-vivenza” e della “ben-vivenza”. E nello stesso modo degli artigiani e dei tecnici, questi nuovi politici devono preliminarmente acquisire le competenze e le abilità primarie per esercitare la funzione che hanno scelto di svolgere. Devono conoscere gli elementi essenziali del diritto pubblico e delle materie di cui si dovranno occupare.

Devono acquisire capacità di ascolto, di mediazione e di sintesi. Devono essere in grado di comunicare in tutte le modalità. Devono padroneggiare il web e tutti i suoi strumenti. Devono essere sempre disponibili al ricambio e incoraggiare le nuove generazioni a scegliere la politica come propria attività prevalente o secondaria.

La politica democratica potrà autoriformarsi se sarà incarnata da migliaia di persone, le quali – consapevoli che il diritto all’autogoverno è un diritto primario dell’individuo - scelgono di fare politica al servizio dei cittadini e delle comunità.

Alfonso Pascale - 13-12-2016 - Tutti i diritti riservati

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