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Le verità sottaciute del “biologico”

Alberto Guidorzi

Il SANA di Bologna, ormai colonizzato dalle lobby del biologico, presenta trionfalmente il cibo biologico con questi numeri di vendita: + 3,4% nei negozi biodedicati e +16% nella GDO. Un secondo dato è quello per cui il cibo biologico rappresenterebbe ormai il 3% dei volumi di vendita nella spesa alimentare.

Nessuno vuole mettere in discussione questi numeri perché rappresentano un trend reale, ciò che si discute è se i consumatori e l’opinione pubblica in generale conosce le verità che le lobby del biologico non ci dicono al fine di non intaccare il trend di crescita delle vendite e drogare il mercato. Qui ne elenchiamo e ne analizziamo alcune.

PRIMO. Quanto cibo biologico ha origine nazionale?

Non è dato sapere, in quanto le statistiche divulgano solo le superfici certificate e mai le produzioni corrispondenti, ovvero le statistiche nazionali sono controllate dalle lobby del biologico (con il beneplacito di un Ministero dell’agricoltura ammanicato e imbelle) e concepite affinché non si sappia quante derrate biologiche siano disponibili e quindi che non si sappia quali ritorni per la collettività abbiano i soldi pubblici destinati a finanziare questo tipo di agricoltura. Infatti, tutti sappiamo che non si mangiano le superfici bensì i prodotti, fatti di semi, di frutti e parti vegetali in genere. Vogliamo tentare di fare un’analisi, seppure molto approssimata, ma comunque indicativa di una realtà molto meno entusiastica?

Per farlo prendiamo i dati ultimi disponibili quelli pubblicati nel 2016 e rispecchianti il 2015 (QUI
e analizziamo le tabelle n°3 e n° 1 e 5. Dalla tabella 3 si deduce che vi sono superfici certificate di coltivazioni che o non danno prodotti commestibili o che non ha senso definirle biologiche perché i modi di coltivazione biologici o convenzionali non differiscono (non si concima e non si distribuiscono fitofarmaci in ambedue). Pertanto non si comprende, o meglio è scandaloso che a queste non-coltivazioni definite biologiche vengano rese certificabili e quindi riservare loro dei sussidi economici supplementari rispetto alle convenzionali. Per capirci: gli ettari certificati di colture foraggere, prati pascoli, pascolo magro e terreno a riposo non producono cibo, anche perché non vi sussiste un allevamento stanziale. Però occupano ben il 54% di tutte le superficie certificate biologiche e quindi è paradossale mostrare euforia, come invece appare su tutti i media, quando si parla di un settore che per il 54% è fasullo. A mio avviso si dovrebbe gridare allo scandalo! Ma non finisce qui perché vi è la nebulosa delle superfici biologiche coltivate a vite, ad olivo, a frutti a guscio e agrumi, che in gran parte non sono ne vigneti specializzati e neppure oliveti in produzione o agrumeti di varietà mercantili, ma terre prima coltivate e poi abbandonate a se stesse o perché ormai situate in luoghi praticamente inaccessibili oppure investite con varietà e sistemazioni fuori mercato . Insomma se una pianta d’olivo non la si riesce a difendere dalla mosca (e le annate difficili sono ormai all’ordine del giorno) non vale la spesa di raccolta, così dicasi dei vigneti dismessi o agrumeti di varietà non più commerciabili. Solo che se vi aggiungiamo anche queste superfici arriviamo al 73,5% della superficie totale a biologico più o meno fasullo. Ora se sono 1,5 milioni le superfici certificate e di cui 1,1 milioni sono più o meno fasulli, ne restano solo 400 mila a produrre cibo. Mi si dirà: “ma negli 1,1 milioni vi sono anche quelle che danno prodotti biologici”, e ciò è vero, solo che si vuole sapere quanto prodotto si ricava in totale dagli ettari certificati perché solo così si può valutare quale contributo da alla collettività la filiera del biologico nazionale.

Un’altra anomalia, ma che supporta questa realtà di sospette superfici improduttive che spesso sono intimamente legate all’orografia dei territori, la troviamo se analizziamo la loro distribuzione per areale geografico (Sud, Centro e Nord dell’Italia): il Sud si accaparra il 62,5% delle superficie certificate a biologico, il centro il 19,5% ed il Nord solo il 14%; ma fino a prova contraria è al Nord che vi sono le pianure più fertili e produttive. Perché qui si fa pochissima coltivazione biologica? Il restante 4% si trova nelle regioni alpine (Valle d’Aosta, P.A. di Trento e Bolzano). In conclusione se sono grosso modo solo 400.000 ettari che producono cibo e se tutte le indagini ci dicono che la produttività si attesta su volumi di produzione che sono la metà circa delle coltivazioni convenzionali, allora dobbiamo dimezzare gli ettari per potere fare un raffronto tra le due agricolture.

Detta altrimenti: se già con 12/13 milioni di ettari di SAU coltivata in convenzionale produciamo solo il 50% del nostro fabbisogno alimentare, significa che i 200 mila ettari a biologico soddisfano una minima frazione della domanda e tutto quanto si vende di biologico (con crescite a due cifre peraltro) è tutto prodotto importato. Da dove proviene? A quali e soprattutto a quanti controlli viene sottoposto? 1/2% com’è la norma dei controlli in frontiera? Ma allora tutto quello che sfugge è veramente biologico? Un consumatore che paga da 2 a 3 volte di più il cibo biologico non ha il diritto di essere sicuro al 100%?

On. Martina la invito a fare il Ministro della Repubblica (faccio fatica a scriverla con “R” maiuscola…) con più serietà: vuole per favore fare in modo che sul biologico siano disponibili oltre alle superfici anche i volumi di produzione nazionali?

 

SECONDO. Quanti residui di pesticidi ci sono nei cibi biologici?

E’ assodato che il consumatore di biologico è convinto che in agricoltura biologica non vengano usati fitofarmaci, il che non è assolutamente vero. On Martina, dato che l’Italia non ha certamente comportamenti più virtuosi rispetto a quelli del Canada che le sto per riferire, si può sapere quali controlli eseguite sui cibi biologici e quali sono i risultati dei residui presenti?
L’ACIA (agenzia canadese d’ispezione degli alimenti) ad esempio aveva annunciato che avevano informato gli organismi di certificazione bio della presenza di residui di pesticidi nei prodotti certificati bio canadesi. In realtà, invece si è acclarato che non lo aveva fatto e quindi le si è imposto di rendere pubbliche le risultanze che deteneva . I dati di tre anni di rilevamenti dicevano che pressoché la metà (45,8%) della frutta e della verdura venduta come bio conteneva residui di pesticidi. La maggioranza dei prodotti analizzati era importata e solo 1/5 era prodotta su suolo canadese (è appunto quanto si sostiene analizzando i dati statistici delle superfici italiane, pertanto se mi si vuol smentire si pubblichino le produzioni reali). 1,8% avevano residui superiori ai limiti addirittura fissati per le produzioni convenzionali. L’8% dei campioni avevano residui tali da prefigurare un uso deliberato di pesticidi proibiti in biologico http://beta.radio-canada.ca/nouvelle/650870/aliments-bio-pesticides-acia-pas-de-suivi

Ministro Martina ci vuole per favore dire che qualità hanno i cibi biologici che arrivano sulle tavole di questi consumatori?

 

TERZO. E’ possibile sapere a quali livelli si vuol far salire in Italia l’agricoltura biologica veramente produttrice di cibo?

Nel mese di agosto è apparso su “le Monde” un articolo dal seguente titolo: “ il cibo bio può permettere di alimentare la Francia intera ad un costo di non molto superiore al cibo convenzionale”. Il contenuto dell’articolo era tanto paradossale che ha indotto l’Accademia dell’agricoltura di Francia (Organismo superpartes) ad intervenire sulle seguenti affermazioni:
il biologico è insufficientemente sovvenzionato! Quando invece esso riceve contributi doppi (quelli uguali al convenzionale più dei contributi specifici). Infatti dal 2009 al 2014 le sovvenzioni ettariali di un ettaro di frumento in Francia sono state di 429 € se coltivato bio e 320 € in agricoltura ragionata, forma di agricoltura che è più rispettosa dell’ambiente di quella convenzionale tradizionale la quale ne riceve ancora meno.

Il biologico può nutrire tutta la Francia! A supporto si citano le differenze produttive riferite alle produzioni mondiali, ma così si bara in quanto essendo le medie produttive mondiali del convenzionale molto più basse di quelle francesi il confronto appiattisce gli scarti. Infatti, l’Accademia fa notare che comunque per i cereali le differenze tra le due agricolture anche a livello mondiale sono del 40% inferiori nel biologico, mentre, se rimaniamo ai dati francesi, le perdite minime sono del 50% e per la Francia significherebbe privare la sua bilancia commerciale degli emolumenti delle esportazioni pagate in valuta pregiata. Per la frutta gli scarti vanno dal 25 al 50%, ma con degli sbalzi maggiori in funzione degli anni a inoculo parassitario più virulento (es. nel 2007 e 2012 si è perso il 70% del raccolto di patate biologiche). Il colza in biologico poi non è possibile coltivarlo perché il raccolto andrebbe perso sempre. Un ettaro di grano in agricoltura bio nutre 12 persone, mentre in agricoltura ragionata se ne nutrono 27. (ciò avvalora quanto detto sopra).

Il coltivare biologico è più ecologico! Questa affermazione non è valida in generale: vi sono colture che emettono meno gas serra, altre che ne emettono uguale ed altre che ne emettono di più (è il caso ad esempio quando si concima molto con sostanza organica).
Il coltivare biologico mantiene più biodiversità! Solo che si dimentica, vista la minore produttività del biologico, che si devono coltivare molti più ettari al fine di colmare le differenze produttive e quindi gli effetti positivi e negativi sulla biodiversità si compensano, se va bene, oppure si aggravano; sicuramente calerebbero le superfici boschive che invece in Europa, con l’aumento di produttività delle colture erbacee, sono aumentate.

Le AMAP crescerebbero! Un’Amap è un’associazione tra coltivatori e consumatori che vanno a rifornirsi in azienda agricola e che quindi pratica la vendita diretta, ebbene i dati dicono che le AMAP sono molto maggiori in convenzionale che non in biologico perché i consumatori di biologico preferiscono comprare nelle GDO o negozi specializzati.

Ministro Martina, in altra parte ho detto che la nostra bilancia alimentare è largamente deficitaria già adesso, ci vuol dire per favore se intende aggravarla di più pur di sposare la causa del produrre biologico?

Alberto Guidorzi - 19-09-2017 - Tutti i diritti riservati

Alberto Guidorzi

Agronomo, ha studiato Scienze agrarie presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, e vive attualmente a Sermide, nel Mantovano. Scrive sui magazine "Agrarian Sciences", "Salmone" e "La Valle del Siele"

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