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Donne di campagna

Molti il 2 giugno hanno festeggiato senza però dare il giusto peso a un passaggio epocale, ovvero: il voto esteso alle donne, ma anche la loro stessa eleggibilità. Nel 1946 ci fu la scelta tra Monarchia e Repubblica, determinante per la sorte del nostro Paese; ma ciò che è stato ancor più significativo e memorabile, è proprio il ruolo paritario assegnato alle donne. Furono proprio quelle delle zone rurali a votare peraltro con maggiore convinzione

Alfonso Pascale

Donne di campagna

Il 2 giugno 1946 furono eletti 556 parlamentari con il mandato di elaborare una Costituzione. Contemporaneamente ci fu la scelta tra Monarchia e Repubblica. Entrarono a far parte dell’Assemblea Costituente 21 donne: 9 della DC, 9 del PCI, 2 del PSIUP, 1 del Partito dell’Uomo Qualunque. In Italia il voto alle donne era stato esteso con il decreto luogotenenziale del 31 gennaio 1945. Il Consiglio dei ministri, nella parte liberata del Paese, aveva sancito il suffragio universale a condizione che i votanti avessero 21 anni.

“Con grave ritardo rispetto ad altri Paesi…” si sottolineava nel decreto citando i precedenti casi di estensione del voto alle donne: Nuova Zelanda (1893), Finlandia (1907), Norvegia (1913), Gran Bretagna (1917). Un diritto che era già stato riconosciuto in altri Stati, come Turchia, Mongolia, Filippine, Pakistan, Cuba e Thailandia. Nel decreto, tuttavia, non era prevista l’eleggibilità delle donne, deliberata successivamente con la legge 10 marzo 1945. S’avverava finalmente il sogno a lungo coltivato dalla scrittrice Clelia Romano Pellicano, esponente del femminismo liberale, vissuta tra l’Ottocento e il Novecento, dalla socialista Anna Maria Mozzoni che già nel 1867 aveva promosso con Salvatore Morelli la prima proposta di legge sui diritti civili e politici delle donne, e da Argentina Altobelli, segretaria della Federterra.

Durante la campagna elettorale, le braccianti di Filo di Argenta avevano cantato una canzone andando in lunghe file in bicicletta. Le prime parole riecheggiavano i canti delle donne socialiste degli inizi del secolo: “Noi donne tutte unite avremo una gran forza/ Siamo chiamate all’urna e per la prima volta/ Andiam senza paura e con grande slancio in cuor”.

Qualche giorno prima del voto, un profetico articolo di Guido Dorso sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" recava il titolo I cafoni sono repubblicani. Il voto delle campagne fu, infatti, determinante nella vittoria della Repubblica sulla Monarchia. Al risultato non mancarono di contribuire le donne che erano il 52,2 % dell’intero elettorato e parteciparono al voto nella misura dell’89,1%. Esse votarono più numerose nelle zone rurali che nelle città.

 

Nella foto di apertura il ritratto di Argentina Bonetti Altobelli (Imola 1866 - Roma 1942), celebre politica e sindacalista, impareggiabile esponente del socialismo riformista, nonché dirigente di FederTerra

 

Alfonso Pascale - 06-06-2016 - Tutti i diritti riservati

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