Martedì 17 Settembre 2019 - direttore LUIGI CARICATO - redazione@olioofficina.it

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Khaïrem

Narrazioni. Mi facesti scoprire la bellezza nella bruttezza, il piacere di non essere normale, la femminilità con cui «non si può discutere e che è più forte di tutto», le dure leggi della natura, l’inciviltà di non «abortire» i vecchi, l’importanza dell’amore nella vita e la «porcheria» di poter ugualmente vivere senza. La mancanza di attenzione nel mondo. La capacità di vedere con gli occhi dell’amore

Mariapia Frigerio

Khaïrem

Khaïrem. Lo giuro. Sì, te lo dico in yiddish, nella tua lingua madre. Ti giuro che se ci fossimo conosciuti non l’avresti fatto.
Diciamo che sarebbe bastato incontrarci negli anni Settanta.
Certo, la tua bellissima moglie… ma non vuol dire.
Non sono particolarmente bella. Sono carina. Negli anni Settanta forse più che carina. Ho qualcosa però per cui gli uomini si innamorano di me. Non mi chiedere cosa. Non lo so. Diciamo che solo con gli anni ne sono diventata consapevole.
Ed è con la consapevolezza di oggi che ti dico che non l’avresti fatto, se solo la vita avesse incrociato i nostri cammini.

Torniamo alla tua bellissima moglie. Alla musa tua e di tanti. No, non sarebbe stato un problema. Mi avresti scelta come riserva. Sarei stata “in panchina”. Il mio orgoglio di donna non ne sarebbe stato ferito. Anzi. Ho sempre pensato che fosse più onorevole per una donna essere amante piuttosto che moglie.
Ricordo da ragazzina le lettere su «Grazia», quelle inviate a Colette Rosselli, la moglie di Montanelli. Può anche darsi tu lo abbia conosciuto. Tu… con tutte le tue conoscenze.
Le leggevo per imparare l’italiano. Sognavo l’Italia. Mi tuffavo in quelle lettere piene delle lamentele delle amanti abbandonate nelle festività canoniche per il rientro del fedifrago in famiglia.
«Cara Donna Letizia, lui dice di amarmi. Mi porta fuori a cena, mi manda fiori. Ma che desolazione la domenica da sola perché non vuole far soffrire la moglie!». Questo era il tono su per giù di quegli scritti. Cosa rispondesse Colette Rosselli - alias Donna Letizia - confesso di non ricordarlo. Ricordo però benissimo il mio pensiero di allora. Che mai avrei voluto fare la moglie. Del resto la mia vita era circondata da mogli. Da mia nonna, a mia madre, alle mie zie. Tutte mogli. Mai pensato di fare anch’io quella vita opaca. Il ruolo di amante (che peraltro conoscevo solo dalla letteratura e dal cinema) lo sentivo decisamente più congeniale al mio modo di essere.
Non i doveri coniugali, ma la passione. Non la quotidianità, ma l’eccezione. Senza contare le domeniche libere. E la meraviglia dell’amore saltuario. Quella strana idea di libertà non l’ho perduta neppure con gli anni. Non mi ha mai abbandonata.
Per te però avrei rinunciato.

A ripensarci era proprio nel ’70 che finiva il tuo secondo matrimonio.
Io ero libera a quell’epoca e, soprattutto, non mi ero ancora trasferita in Italia. Non avrei dovuto neppure fare l’altra. Ero giovanissima. Ti abitavo vicino e non lo sapevo. Incredibile. Eppure le nostre strade (la mia rue de Varenne, la tua rue du Bac) facevano angolo. Ma io non sapevo della tua esistenza.
Se lo avessi saputo avrei fatto di tutto per conoscerti. E ci sarei riuscita, ne sono sicura.
Eppure fisicamente non mi piaci. Non vedo neppure tutto quel fascino fisico che ti attribuiscono: il volto dai tratti tartari, la carnagione olivastra, gli occhi blu trasparenti. Quello che vedo io dalle tue foto è un uomo dal viso un po’ cadente, con mani grasse e piene di anelli.
Non amo gli uomini con le mani grasse. Ancora meno quelli con gli anelli.
Sarei ugualmente divenuta tua amica. Sicuramente mi sarei innamorata di te. Per il fascino che io avrei trovato non nei tuoi tratti, non nei tuoi occhi. Neppure nel colore della tua carnagione. Un fascino nascosto sotto il tuo volto cadente e dietro quelle mani ricoperte di anelli come un satrapo. Quelle mani fotografate mentre scrivono le parole che più mi hanno aiutata nei miei momenti di angoscia.
Ci avrebbero diviso quarant’anni. Una generazione. Che dico? Più di una generazione. Quasi due.
Non sarebbe stato un problema. Non per me. Per me il tuo biglietto non sarebbe mai scaduto. Ti avrei amato comunque. Indifferente a qualunque discorso d’impotenza. Indifferente al tuo terrore per la vecchiaia. Avrei di certo amato la tua vecchiaia. Proprio come il tuo piccolo Momo ama quella di Madame Rosa. E non ti avrei abbandonato. Mai.
Ma non ti conoscevo.

Per questo non ebbi alcun problema nel ’72 a iscrivermi a Lingue orientali a Ca’ Foscari e ad andare a vivere a Venezia.
Realizzando un doppio sogno: allontanarmi dalla famiglia e immergermi nella magia di quella città.
Tornavo a casa raramente. La vita e gli studi nella città lagunare mi inebriavano. Non me ne sarei mai staccata.
Mi ero trovata una stanza in Campo Santa Margherita. Nel sestiere di Dorsoduro. Ed ero felice.
Ricordo però esattamente in che anno Guillaume mi regalò il tuo libro. Era il Natale del 1975 e mio fratello era tornato in rue de Varenne per festeggiarlo con i nostri genitori e con me.
Per certi aspetti considero Guillaume complice involontario di quello che ti sto dicendo. Anche se aspettai cinque anni prima di leggere quel libro.
Del resto avevo una vita troppo piena. Troppo studio, troppi viaggi e sì, … troppi amori. Impegnano anche quelli.
Finalmente la laurea nel ’77. Pieni voti e dignità di stampa.
E la storia con Alvise che, resistendo più delle altre, era scivolata nel matrimonio.
Sono sicura che ti sarebbe piaciuto quel mio matrimonio nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, nel san Zanipolo dei veneziani. E, presunzione a parte, anche la sposa.
Nel 1979, mentre eri membro della giuria al festival di Berlino, nacque Fosca Antoinette.
Da quel doppio nome – mezzo veneziano, mezzo francese – capii che la storia con Alvise non andava. Io, ovviamente, volevo Antoinette. Lui Fosca. Vinse mio marito e alla mia scelta toccò fare da ruota di scorta alla sua. Non glielo perdonai.
Avevo inoltre un contratto con l’università. Guadagnavo bene. Lui mi costrinse a un periodo forzato di aspettativa. La bambina, la bambina… Quando mi parlava, prima di ogni altra cosa veniva la bambina. Come se una madre avesse bisogno che le si ricordasse di avere una figlia.
Stare tutto il giorno in casa con la piccola (avevamo cambiato sestiere e ci eravamo trasferiti alle Mercerie) mi pesava. Uscire con lei ancora di più. Rimpiangevo Dorsoduro e la mia stanza.
Fu in quel periodo di insoddisfazione che mi misi a leggere il tuo libro. Quel dono, per anni dimenticato, di mio fratello Guillaume.
Mi immersi nelle tue parole seduta in una poltroncina macchiata dai rigurgiti di Fosca Antoinette. A Venezia. Alle Mercerie.
Ma tu mi riportasti a Parigi. In una Parigi che non era la nostra, perché in quegli anni il 20° arrondissement non era fatto per la buona borghesia. Mi portasti tra ebrei, arabi, senegalesi, polacchi. Tra prostitute, prosseneti, transessuali, macró.
Mi facesti scoprire la bellezza nella bruttezza, il piacere di non essere normale, la femminilità con cui «non si può discutere e che è più forte di tutto», le dure leggi della natura, l’inciviltà di non «abortire» i vecchi, l’importanza dell’amore nella vita e la «porcheria» di poter ugualmente vivere senza. La mancanza di attenzione nel mondo. La capacità di vedere con gli occhi dell’amore. Con quegli occhi che cambiano le prospettive banali del vedere e continuano a farti vedere anche chi non c’è più.
Madame Rosa, Momo, Monsieur Hamil, Madame Lola, Moïse, Banania, Monsieur Waloumba, i fratelli Zaoum, Madame Nadine, il dottor Ramon, il dottor Katz… tutti i tuoi personaggi diventarono compagni alla mia forzata solitudine. Fu da quel momento che iniziai a pensare a te.
Pensavo a te e sempre più mi allontanavo da Alvise.
Poi il 2 dicembre dell’80 il tuo gesto estremo.


Gli anni in seguito sono volati. Molti anni. Sono successe tante cose. La separazione da Alvise, il mio lavoro tra università e traduzioni nelle varie ambasciate, Fosca Antoinette - ormai donna - a Bruxelles.
Quando la sento al telefono o le invio una mail mi rivolgo a lei chiamandola semplicemente Antoinette. Nel nostro rapporto di madre e figlia è stata annullata la prima parte del suo nome. Quel Fosca così maledettamente veneziano e decadente. Annullato. Come nel mio cuore la figura di quel suo padre.


Ora vivo di nuovo a Parigi.
Non sono tornata nella casa dei miei in Rue de Varenne vicino a dove abitavi. Ho scelto Belleville. Precisamente rue Bisson.
Puoi bene immaginare perché.
Lo so che non è più quella dei tuoi personaggi. Il tempo stravolge tutto. Ora è un quartiere borghese e, purtroppo, anche un po’ alla moda. Ma a me non importa. Dovevo stabilirmi lì. Era un debito che sentivo nei tuoi confronti.


Tutto il resto è accaduto dopo che ho letto su Liberation della mostra «Des Racines du ciel à La Vie devant soi» organizzata al «Musée des lettres et manuscrits». Trent’anni dopo…
Letteralmente mi sono precipitata in Boulevard Saint Germain. Ho passato tutta una mattinata tra manoscritti, lettere autografe, articoli, fotografie e registrazioni televisive.
Infine ho acquistato il cofanetto con i quattro cd de La Vie devant soi. Mentre ancora emozionata me ne tornavo a casa in métro lessi sulla custodia i nomi degli attori e il tempo d’ascolto. All’incirca quattro ore. Un’ora per ogni cd.
Mi chiesi quando mai avrei trovato il tempo per ascoltarli tutti. Con un libro è diverso. Uno può interrompere e riprendere quando vuole. Ma le parole non si possono far tacere a comando.
Tempo. Maledetto tempo. Che vivessi in Francia o in Italia o, con la scusa di far visita a mia figlia, mi trasferissi per brevi periodi in Belgio, il tempo con me era comunque tiranno. Non potevo neppure abbandonare il lavoro. Non avevo nessuno che provvedesse a me. Dovevo lavorare.
Mi sarei presa allora un periodo di ferie da dedicare all’ascolto. Ma non in casa. In casa sarei stata interrotta in continuazione. Telefono, campanello… No. Non sarebbe stato il luogo adatto. Dovevo assolutamente isolarmi. Ma dove?
Di colpo ebbi l’idea. In auto. Non avrei potuto immaginare luogo migliore.
Mi tornò voglia di Venezia, della sua magia. Programmai il viaggio con un entusiasmo che pensavo non mi appartenesse più. Feci tutti i miei conti.
Parigi-Venezia no stop sono circa undici ore. Calcolando un minimo di pause avrei avuto modo di sentire per almeno quasi tre volte tutto il cofanetto. Tre volte la lettura del tuo libro.
Partii e iniziai l’ascolto.
La voce che Kamel Belghazi dava a Momo da principio mi infastidì. È difficile del resto che una voce vera corrisponda a quella della nostra immaginazione. Poi mi resi conto che sarebbe stato impossibile trovarne una migliore. Perfetta invece trovai subito quella di Bernadette Lafont per Madame Rosa.
Mi fermai a Venezia solo due giorni, in una pensioncina dalle parti di San Marco. Il tempo di tornare a Ca’ Pesaro a vedere Klimt e quella sua Giuditta II che per me è la donna più bella e fascinosa dell’arte di tutti i tempi. Chissà se lo è anche per te! Una strana sensazione mi dice di sì…
Poi non potei fare a meno di ripartire. Quelle voci – le tue voci - erano divenute una specie di droga. Non riuscivo a farne a meno. Non c’era nulla che come loro potesse dare pace al mio malessere. Non esiste musica per me che abbia la forza delle parole. Queste mi avvincono più di qualsiasi nota.
La mia vita negli ultimi anni non era stata, in effetti, facile. Al di là di certe apparenti soddisfazioni professionali.
Da quando mi ero separata da Alvise non avevo più avuto una storia duratura. E alla mia età – nonostante corteggiatori assidui – non mi sembrava più tempo di amori. Mi sentivo però svuotata. Anche il mio rapporto con Antoinette – splendido per certi aspetti - era, per altri, molto difficoltoso.
I miei genitori, poi, invecchiavano. Io faticavo a capire come i due individui liberi che sempre avevo conosciuto si mostrassero ora così dipendenti. Inconsapevolmente non volevo accettarne i cambiamenti dell’età.
Fu il mio malessere ad affrettare la mia partenza da Venezia. Per la necessità di ritornare in compagnia delle mie voci. Ma decisi che la mia meta non poteva essere il ritorno immediato a Parigi. Qualcosa urgeva prima del mio rientro. E quel qualcosa aveva un nome: Roquebrune. Capisci, vero, che non potevo mancare?
Lasciai Venezia il mattino presto. Giunsi a Nizza (volutamente “scavalcai” Roquebrune) senza quasi fermarmi (solo un pieno, un panino e un caffè). Di nuovo ascoltai tutto il tuo libro e le prime due parti. Mi sarebbero occorse ancora due ore perché il mio ascolto fosse completo.
Ma ugualmente mi fermai. Il pensiero riconoscente che sentivo verso Monsieur Hamil non mi permise di ultimarlo con le ultime due.
Sì, proprio Monsieur Hamil, l’amico arabo di Momo, il venditore ambulante di tappeti, il lettore dei Miserabili di Hugo. Per lui, per i boschi di mimosa della sua giovinezza, decisi di dormire a Nizza. E anche per ripensarti lì, con tua madre. La tua amatissima madre. E di dormire proprio vicino alla pensione Mermonts, dove lei era stata direttrice e dove ora c’è un’immobiliare. Un modesto omaggio, il mio, al tuo amore filiale.
Il mio viaggio è ripreso il giorno successivo a ritroso, alla volta di Roquebrune. Volevo sentirti vicino. Così, come ben avrai capito, mi sono avvicinata alle tue ceneri.
Non partecipo assolutamente alla presunta poesia di chi fa spargere le proprie ceneri al vento, in mare o chissà in quale altro luogo. Lo trovo un gesto spettacolare, trionfalistico, forzatamente letterario.
So che se ci fossimo conosciuti non solo non l’avresti fatto, te lo ripeto, ma se… se proprio… ti assicuro che le tue ceneri le avrei tenute con me.
No, non sono feticista. Semplicemente ti avrei voluto vicino anche da morto. Senza altarini, né ceri, né posti d’onore. Là, su quel tavolo dove abitualmente scrivo, traduco e incido i miei pensieri.
I trenta minuti di viaggio tra Nizza e Roquebrune mi erano serviti per ascoltare solo metà del terzo cd. Il terzo e il quarto sono poesia pura. Non potevo interromperlo così.
Sapevo però che dal tuo paese in Provenza a Parigi avrei viaggiato per più di otto ore. E sai bene cosa intendo per viaggiare…
Allora ho deciso di fermarmi tutta la giornata lì. Non so dirti perché. Sarà perché avevo scelto per il mio viaggio il mese di settembre?
In settembre tutto è soffuso. Lo sguardo si può sperdere senza essere turbato o da troppo sole o da luce aggressiva. I contorni si sfumano così come i suoni e i rumori si attutiscono. Avevo comunque bisogno di pace e di riposo. E la parte medievale di Roquebrune è un incanto.
Ma lì non ho voluto dormire. Forse perché avrei sentito più forte l’angoscia della tua assenza. La mia impotenza di fronte a quello che avevi fatto.
Non so come, ma ho tirato mezzanotte. Senza neppure mangiare. E solo a quell’ora mi sono rimessa in viaggio.
Mi aspettavano più di otto ore e mezzo di ascolto. Di ascolto notturno.
Per prima cosa ho terminato il terzo cd. Poi ho riascoltato il quarto. E ancora una volta non ho saputo trattenere le lacrime. Credo di avere anche singhiozzato.
E, di nuovo, sono ripartita dal primo. Le voci del tuo libro da riascoltare per intero.
Sono stata in macchina senza fermarmi per più di cinque ore. Cinque ore di felicità.
Poi il mio fisico mi ha imposto una sosta. Ero già oltre Lione ed erano le quattro passate di mattina.
Mi sono fermata in un autogrill e sono scesa.
L’uomo del bar mi ha guardata male quando mi ha vista entrare. Mi ero scordata di asciugare le lacrime e mi presentavo da sola al banco, stravolta dalla stanchezza e dall’emozione. Nel locale non c’era nessuno. Ho ordinato un caffè. Poi mi sono diretta alla toilette. Avevo una certa paura, ti confesso. Le toilette di bar e luoghi pubblici in generale mi sembrano sempre in attesa di delitto.
Ma non successe nulla perché alle nove ero comunque già a Parigi.
Ho raggiunto Boulevard Montparnasse e ho mollato la macchina nel primo posto che ho trovato.
Poi, a piedi, sono andata a La Coupole.
Mi sono seduta per fare la prima colazione. Ho ordinato un tè e una pasta. Il cameriere mi ha chiesto quale volessi. Non gli ho saputo rispondere. Ho solo ripetuto: «Una pasta». A questo punto l’ho visto innervosirsi. Non ho ceduto. Di nuovo gli ho detto: «Un tè e una pasta». Si è allontanato borbottando qualcosa.
Potevo forse dirgli che tu non specificavi che tipo di pasta mangiasse Madame Rosa nei suoi sabato pomeriggio quando si concedeva il lusso di sedersi alla Coupole?
È ritornato immusonito con il tè e tre macarons: uno azzurro, uno rosa, uno verdino.
Non credo proprio che fossero quelle le paste – la pasta – di Madame Rosa. Me la sono sempre immaginata peccare di gola per un bijoux, quei bigné vuoti con sopra grossi grani di zucchero o magari per un pain au chocolat, una chocolatine.
Intanto mi guardavo intorno in questo locale ormai turistico. Probabilmente… sicuramente già turistico negli anni Settanta. Del resto mio padre a partire da quegli anni aveva iniziato a rifiutare di andarci.
Io lo vedevo, però, con gli occhi della tua protagonista. E mi sentivo serena come sicuramente lo era lei in quei suoi sabato. Seduta. Con una pasta davanti.
Non è retorica dei buoni sentimenti la mia. Ma ti assicuro che la tua vecchia puttana ha qualcosa di grandioso. Avrei voluto entrarle maggiormente dentro. Capirla fino in fondo. Ma questo non mi è stato possibile.
Non ho nulla di grandioso io. La mia vita è uguale a migliaia di altre vite. Purtroppo. Però… non questo mio amore per te. Un amore incondizionato per un uomo che, anche stringendo con i tempi, più che mio padre avrebbe potuto essere mio nonno. Questo mio amore che, per fatali circostanze, resterà sempre un amore irrisolto.
Sono più di venti minuti che sto incidendo le mie parole. Il cameriere mi guarda adesso con uno sguardo tra l’allibito e lo sprezzante.
Le mie parole… non sono le tue, lo so. Ma sono parole per te, dettate da questo mio sentimento in ritardo. Non per questo meno intenso. Anzi. Forse proprio per questo più forte. Più disperato. Più sconvolgente.
Ho viaggiato, in questi pochi giorni, per ventiquattr’ore circa. Quasi un intero giorno di guida – se tralasciamo le soste – per seguire sei volte la lettura del tuo libro. In questo modo strano e un po’ folle ho fatto l’amore con te. In un modo sublime dove gli anni non contano più, né la prestanza fisica.
Abbandonerò le mie parole incise qui, su questo tavolo. Può darsi che il cameriere - che mi deve avere in antipatia - le getti immediatamente. O, senza accorgersene, le lasci.
Mi chiedo se mai qualcuno le ascolterà… Qualcuno che attraverso le mie di parole si possa innamorare di te. Non ne sarei gelosa, ti assicuro.
Ho visitato i tuoi luoghi ascoltando il tuo libro.
Come quella di Momo e Madame Rosa anche la nostra è stata una bella storia d’amore.
Ora mi alzerò. La vista del cameriere mi infastidisce. Mi sembra che sciupi la bellezza di quello che provo. Di quello che prova una Sophie Legrand, donna ormai matura, per te.
Ma ancora voglio ripeterti un’ultima volta: «Khaïrem. Lo giuro. Sì, ti giuro, Romain, che se ci fossimo conosciuti non ti saresti suicidato. Trent’anni fa… ».


A Émile Ajar/Romain Gary,
a “La Vie devant soi”,
alle parole che aiutano a vivere,
alle parole che mi hanno aiutato a sopravvivere.
Con gratitudine.

E, naturalmente, alla vita.

 

Fiumetto, 8 settembre 2011

 

 

La foto di apertura è di Mariapia Frigerio

Mariapia Frigerio - 19-07-2015 - Tutti i diritti riservati

Mariapia Frigerio

Dopo aver trascorso l’infanzia a Milano, la giovinezza a Torino dove, dopo il liceo classico, negli anni universitari, si è occupata di marionette lavorando nello storico Teatro dei Lupi, è arrivata in Toscana per amore. Ha collaborato con le sezioni didattiche degli Uffizi e di Palazzo Mansi. Per quattro anni ha narrato fiabe per il Ciscu a Lucca, città dove vive e attualmente insegna, dopo anni di storia dell’arte, lettere.

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