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L'olio della conversione

Il romanzo di Luigi Caricato esprime una così intensa partecipazione all’anelito di giustizia e liberazione delle campagne e un così vivido interesse a indagarne i valori più profondi, da poter essere ascritta al filone narrativo che da Corrado Alvaro a Ignazio Silone, da Carlo Levi a Rocco Scotellaro, ha caratterizzato la letteratura meridionalistica

Alfonso Pascale

L'olio della conversione

Il testo pubblicato, a firma di Alfonso Pascale, è comparso come saggio all'interno dell'edizione scolastica del romanzo di Luigi Caricato, L'olio della conversione, nell'edizione Besa del 2006. Lo riproponiamo qui a beneficio dei lettori di Olio Officina Magazine.

L’olio della conversione (Besa, 2005) è solo in apparenza un romanzo biografico o almeno non è unicamente la narrazione delle vicissitudini di Giuseppe da Copertino in un felice amalgama di eventi minuziosamente documentati e frutti di una creatività prorompente. E’ in realtà un romanzo storico a tutto tondo, che a differenza di altre opere recenti dello stesso genere si assapora con semplicità e diletto. La complessità della vicenda è, infatti, abilmente diluita in una prosa accattivante e innovativa, con capitoli concisi, un frasario scattante ed un lessico immaginoso ma nitido, come sottolinea sul risvolto Giuseppe Pontiggia che poté seguire ed apprezzare il lavoro.

L’autore è un oleologo appassionato ed esperto che dirige una rivista di cultura e innovazione agricola e alimentare, Teatro Naturale, con piglio indipendente, inventivo e interdisciplinare. Si occupa di agricoltura scrivendo di storia, di lettere, di religione, di scoperte scientifiche. Ed è proprio questo approccio rinascimentale a plasmare il suo esordio in narrativa.
Con il suo primo romanzo, Luigi Caricato ci consegna l’epopea della “guerra contadina” che si consumò nel Mezzogiorno a metà del ‘600. Mai come in quegli anni le campagne meridionali erano state sottoposte ad un così intenso ed odioso prosciugamento dei redditi, sia attraverso la pressione fiscale che mediante l’indebitamento nei confronti dei feudatari. Ovunque le condizioni di miseria erano diventate intollerabili. Sicché la rivoluzione antifeudale divampò nei territori rurali in contemporanea con la rivolta di Masaniello, che a Napoli aveva coalizzato i ceti urbani contro il potere spagnolo.

Protagonisti del romanzo sono il mondo contadino, nelle sue molteplici sfaccettature sociali, culturali, antropologiche, economiche, e il paesaggio agrario così come l’uomo lo trasforma con la sua opera incessante. Non c’è pagina in cui non si annusa la loro presenza. Soprusi, estorsioni, violenze e ammazzamenti sono pratiche ricorrenti a danno per lo più di agricoltori inermi ed artigiani sprovveduti. Nequizie subite dapprima nella più tetra rassegnazione, mitigata solo dalle cure solidali dei vicini, dal conforto di qualche prete coscienzioso e dalla speranza in un aldilà più equo. Poi la rabbia covata in silenzio esplode in rivolta all’indirizzo di clero e famiglie nobiliari. E quando il Guercio di Puglia, un signorotto capace di inaudite efferatezze, ebbe colmato ogni misura, il popolo si solleva e tiene in pugno per qualche tempo la città di Nardò. Così avviene in decine di centri di Puglia e Lucania. Ma ben presto, con gli imbonimenti di vescovi compiacenti e il ricorso all’inganno, i baroni tornano nei loro possedimenti e massacrano i rivoltosi.

Ai conflitti sociali si intrecciano storie di guarigioni inspiegabili che si ottengono con l’olio delle lampade votive, alle cui proprietà miracolistiche si affidano, come estremo rimedio e dinanzi ai limiti della scienza, perfino medici di grido. Racconti di levitazioni, che i contadini per nulla creduloni ed ingenui – come ancora oggi li dipingono stereotipi duri a morire – ma coi piedi saldamente per terra, vogliono verificare con mano per accertarsi che in quei prodigi non vi siano trucchi. Narrazioni di ragazze tranquille diventate in modo inconsapevole fenomeni da baraccone. Le quali, punte dalla taranta ballerina, danzano lascive e provocanti dinanzi a tutti. Saghe di malocchi e complicati rituali e scongiuri per levarli.

Prorompe inaspettata una sessualità vivida e tormentosa, descritta nella sua acerba naturalità senza nulla concedere ai falsi pudori né alla malizia. Al pari della fragranza dei pampasciuni rustuti sbucciati e conditi con aglio, olio, aceto, sale e pepe da una madre che non conosce altro modo per lenire la disperazione del figlio alle prese con un male incurabile. Come i colori, i sapori e i profumi del Salento racchiusi in cesti di vimini, da cui straripano anfore di vino e olio, ceci, piselli, fave, mele cotogne, fichi d’india, noci, fichi secchi ripieni di mandorle, olive in salamoia, pomodorini d’inverno, friselle ed altro ben di Dio. Alla maniera delle distese olivetate di Terra d’Otranto, composte di alberi nodosi, possenti e contorti, come se avessero accolto in sé, lungo i secoli, l’angoscia di tanta umanità dolente.

E’ in siffatto scenario, struggente e martoriato, che si svolge la vicenda di Giuseppe Desa, un religioso controcorrente, d’animo nobile, vicino alla povera gente, voce schietta e senza ritrosie, capace di scrutare l’intimità altrui e di denunciarne il male con giudizi inclementi. Qualità che in quei tempi tumultuosi gli procurano incomprensioni, invidie, rancori e persecuzioni. Una vita d’inferno vissuta nell’anelito di una realtà migliore.

Non a caso il frate scorge il significato della sua esistenza nel frantoio, laddove le olive vengono spremute per ricavarne non solo un balsamo e un nutrimento per l’immediato, ma un segno di salvezza; l’olio della conversione appunto, come recita il titolo del romanzo.
Quasi come un’oliva sempre pronta per essere franta, Giuseppe accetta con semplicità le prove e le sofferenze che la vita gli riserva. Senza mai venir meno ai principi morali che la madre gli ha inculcato con un’educazione rigida ed a suo modo amorevole. Ed è questa candida coerenza che gli consente di sperimentare la presenza salvifica di un Dio che si è calato nella storia.

La frangitura delle olive è dunque la metafora di una vita di lotte dure e quotidiane per conquistare l’amore verso il prossimo, nel significato di una gratuita dedizione agli ultimi; la castità, intesa come libera scelta in vista di una donazione totale a Dio; e la povertà, nel senso profondo di non provare più alcun affetto per i beni materiali.

Sicché sono proprio le persone semplici a rispecchiarsi in questo suo portamento rigoroso e genuino insieme, a sentirsi effettivamente comprese e ad intravedere in lui una concreta possibilità di riscatto. E il frate non si sottrae al loro abbraccio, bensì ne condivide intensamente lo sdegno e il dolore per le sopraffazioni e le ingiustizie commesse dai potenti. Assume così la veste di vessillo della riscossa di un intero popolo.

Tuttavia, venne accusato ingiustamente di essersi millantato guaritore per attirare proseliti in vista della creazione di una fantomatica setta. E fu, quindi, denunciato all’Inquisizione da un prelato locale che, in realtà, mal sopportava l’accorrere in cattedrale di masse sempre più vistose alle funzioni liturgiche officiate da Padre Giuseppe. E nonostante fosse stato assolto da un’accusa così infamante, egli fu comunque allontanato dalla sua gente e confinato ad Assisi.

Nella città di San Francesco continuò ad essere circondato dall’affetto di persone alla buona e di quelle di rango, come il re di Polonia, Casimiro Wasa, ammaliato dalla santità del frate. Ma anche tale circostanza intimoriva. E venne, pertanto, segregato in luoghi ancor più isolati per impedirgli ogni contatto con il mondo esterno, benché si trattasse non solo di persone umili, ma anche di figure nobiliari, come Francesca Maria Apollonia di Savoia.

Costretto a questo continuo peregrinare non potrà prendere parte ai moti popolari che scuoteranno la sua terra. Ma il dono dell’onniveggenza gli permette comunque di venire a conoscenza degli eroici e tragici eventi. E ne prova tristezza a tal punto che all’arrivo di un gruppo di compaesani, venuti dopo qualche tempo a fargli visita, si slancia in effusioni che non aveva mai manifestato fino a quel momento. Vuole toccare la stoffa dei loro abiti e annusare gli odori che essi emanano per serbarne il ricordo. Angoscia frammista a nostalgia che si manifesta come desiderio esorbitante di tornare alla fatica fisica della campagna e lasciarsi di nuovo inondare dal sudore del lavoro dei campi.

Si tratta a ben vedere di segni inequivocabili di un forte attaccamento di Giuseppe al suo popolo. Ma anche di un incontenibile rammarico, che egli manifesta in modo esplicito, per non aver condiviso con esso le speranze e le delusioni di una delle tante “guerre contadine” che hanno segnato la storia europea.

Ho provato una grossa emozione nel leggere il romanzo di Caricato. L’opera esprime una così intensa partecipazione all’anelito di giustizia e liberazione delle campagne ed un così vivido interesse ad indagarne i valori più profondi, da poter essere ascritta a quel filone narrativo che, da Corrado Alvaro ad Ignazio Silone, da Carlo Levi a Rocco Scotellaro, ha caratterizzato la letteratura meridionalistica. Un gusto che questo romanzo distanzia soltanto per una originale scelta di struttura narrativa come di lingua e di stile.

 

Alfonso Pascale - 10-08-2015 - Tutti i diritti riservati

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