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Le baruffe on line

Oggi i social network ripropongono i riti del litigio che si consumavano un tempo nelle comunità rurali. C’è, tuttavia, una differenza di fondo tra quei riti antichi e le burrasche odierne

Alfonso Pascale

Le baruffe on line

I social network ripropongono forme comunicative che hanno alcuni punti in comune con quelle tipiche delle società tradizionali, specialmente quando ossessioni e polarizzazioni estreme dei punti di vista, in mancanza di uno spirito laico e critico, portano inesorabilmente alla contrapposizione e al conflitto irriducibile tra i partecipanti. Nella rete, l’azione e la reattività, non mediate dalla riflessione e dall’indugio, diventano istintive e assumono spesso le sembianze di quelle che caratterizzavano la vita delle popolazioni quando l’esistenza era cadenzata dalla bizzarria del clima, dalla siccità e dalle tempeste, dai terremoti e dai dissesti idrogeologici. Dinanzi alla catastrofe tutto era possibile per uscirne o per alleviarne l’angoscia.

A uno smottamento distruttivo oppure a una frana si reagiva con la maledizione, l’imprecazione, la bestemmia. Si punivano le statue dei santi immergendole nei fiumi o in riva al mare, con una sardina in bocca. E dovevano stare in quella posizione fino a quando non finiva una siccità o una pestilenza. Si praticavano riti di flagellazione. E si offendevano e si additavano al pubblico ludibrio persone ritenute responsabili della calamità perché accusate di tradimento, di essere passate al nemico e di aver disonorato la comunità di appartenenza. Il tutto rimaneva appeso in una zona di confine tra scherzo e seriosità, tra ironia e paura che la maledizione, l’imprecazione, la gogna si rivelassero davvero efficaci.

I litigi on line rimandano alle baruffe che avvenivano quasi ogni giorno ai lavatoi o al forno per un turno non rispettato. Le donne coinvolte si alzavano le vesti e le sottane. Poi si sollevavano da terra come furie possedute, levavano le braccia al cielo e imprecavano. Girando le spalle, battevano sulle natiche con le mani che voleva dire “Ti tegnu allu culu”, come ricorda l’antropologo Vito Teti. Ingiuriavano, maledicevano, offendevano. E pochi minuti dopo, le persone che se le erano cantate in tutte le tonalità e che si erano lanciate le più terribili maledizioni, anche di morte, tornavano dalla fontana a casa assieme e sorridenti, miracolosamente riappacificate, come se a litigare e ad essere sul punto di strapparsi a vicenda i capelli fossero state altre persone.

C’è, tuttavia, una differenza di fondo tra quei riti antichi, che nascevano tra calamità e penurie, e le burrasche odierne tra persone comodamente sdraiate sui divani di casa o dietro scrivanie affollate di pratiche da sbrigare oppure tra automobilisti immersi nel traffico caotico delle città. Quelle ritualità e quegli anatemi erano fatti di gesti e linguaggi particolari, avevano un loro fascino, richiedevano abilità, accortezza, capacità di muovere assieme mani, anche, fianchi, busto, testa. Le persone che si trovavano a passare, si fermavano ad osservare divertite e al tempo stesso impaurite, senza intromettersi, per non farsi cogliere dalla maledizione. E stavano a guardare fino a quando le litiganti non si giravano furenti verso gli impiccioni. Solo allora sparivano, come comparse di una rappresentazione drammatica, senza girarsi indietro. Una teatralità coinvolgente ed emozionante, densa di umanità. Le scornate odierne sono, invece, tediose e fatte di frasi sconnesse e senza grazia. Una violenza gratuita che si sgretola nell’inconsistenza e nell’irrealtà. I riti antichi erano messi in opera da persone che lavoravano dalla mattina alla sera senza tregua, in campagna, in casa, dappertutto, e nelle occasioni del litigio si trasformavano. Gli alterchi contemporanei nella rete s’inseriscono in vite perennemente esposte, alla ribalta, vissute di corsa ed hanno in comune coi litigi del passato la repentinità del conflitto e il ritorno immediato alla normalità senza bisogno di scusarsi e senza conservare rancori.

Lungo i millenni le società tradizionali hanno sperimentato forme comunicative a cui hanno dato forma armoniosa. Forse i digitali nativi riusciranno a raggiungere quel livello di perfezione e bellezza in qualche decennio. Ma sarebbe un errore madornale confondere i litigi on line con l’hate speech: le espressioni d’odio correlate alla religione, alla razza e all’omofobia; le forme aggressive di stalking e cyberbullismo; l’adescamento di minori e la propaganda terroristica. Quando l’incitamento all’odio arriva a questi livelli, occorre intervenire con norme giuridiche. Se invece la discussione sui più disparati temi politici e sociali assume le forme del litigio anche offensivo, resta solo il rammarico di un dialogo infecondo. Esclusivamente un’educazione allo spirito laico e critico, all’interrogazione e al dubbio, potrà, nel tempo, allenarci al dovere e al rischio del dialogo fino in fondo. Per ora cerchiamo almeno di rendere aggraziata – come sapevano fare i nostri antenati – la girandola delle litigate furibonde e delle riappacificazioni repentine perché anche il rito della baruffa on line abbisogna di una sua bellezza.

 

La foto di apertura (un particolare dal Padiglione Spagna a Expo 2015) è di Luigi Caricato

Alfonso Pascale - 30-05-2016 - Tutti i diritti riservati

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