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Perché un simile libro

Ci sono argomenti considerarti tabù. Eppure quella di cui ho scritto si tratta di una problematica concreta, verso la quale diverse correnti di pensiero hanno cercato di trovare una risposta soddisfacente, se non convincente. Di cosa parliamo? Provate a indovinare

Sante Ambrosi

Perché un simile libro

Non è facile spiegare perché e come è nata in me l’idea di un libro del genere: Morire non è una festa. Oltre il conflitto tra vita e morte, edito da Olio Officina. C’è un motivo di fondo abbastanza chiaro: non mi è mai piaciuta l’idea che la morte sia la fine della vita.
Il discorso, impostato in questi termini, diventerebbe: come giustificare la vita pienamente se il suo traguardo è una negazione radicale della vita?

Dovendo per anni tradurre testi greci e latini, e poi, studiando il pensiero di vari filosofi antichi e moderni, mi sono imbattuto nella concretezza di questa problematica, vissuta in diversi modi e alla quale varie correnti di pensiero hanno cercato di trovare una risposta soddisfacente, se non convincente.

Ho messo in ordine, certamente in modo molto sommario e senza dilungarmi in troppe discussioni filosofiche o etiche, i vari tentativi di affrontare tali argomenti, cercando di cogliere qua e là spunti utili e interessanti che, quanto meno, racchiudessero il desiderio e l’aspirazione di un modo diverso di pensare la morte.

Posso dire che sia stato un viaggio dentro e fuori le varie posizioni che ho incontrato nella letteratura antica o moderna. Sempre diverse, ma sempre interessanti. Da Platone all’Epicureismo, o Stoicismo, ho sempre notato come i motivi di fondo siano sempre gli stessi: trovare una risposta al discorso della fine della vita, come e perché.

In questo percorso mi sono naturalmente trovato di fronte al concetto figurale della vita e di tutta la realtà umana che troviamo nell’alto pensiero del periodo aureo del medioevo, così splendidamente espresso dallo Stil Novo e cantato in maniera sublime dalla poesia di Dante. Nella concezione figurale medievale anche la morte trovava un luogo assai significativo, che dal Cinquecento in poi, però, entrò in profonda crisi.

In verità, il Romanticismo ha tentato di individuare nuove strade di interpretazione, con l’intento di rivalutare l’esperienza della morte, tentativi che sono rimasti sporadici, rimasti il più delle volte intuizioni che non sono state raccolte pienamente dalla critica.
Di questo periodo mi sono limitato a prendere in considerazione soltanto il pensiero del nostro Leopardi, per un semplice motivo: volevo liberarlo da quella interpretazione comune del poeta visto e letto come figura quasi simbolica del pessimismo dominante nella cultura contemporanea.
Ma non è solo del Leopardi che occorre rileggere, perché tanti altri autori, anche antichi, richiedono un approccio più attento e problematico. Da qui il senso del mio viaggiare alla ricerca di spunti interessanti per la mia tesi, da un autore all’altro, da una cultura all’altra.

Mi ha colpito in modo singolare le provocazioni di Nietzsche, che in modo originale propone di pensare alla morte in termini vitali, in modo conseguente al suo pensiero, che, personalmente non condivido, ma dal quale ho carpito delle immagini che possono essere intuizioni da cui partire.
Poco importa che lui non sia riuscito a portare a compimento in termini positivi e convincenti questa sua intuizione e collocarla in una visione della vita costruttiva. La sua filosofia resta sempre una filosofia nichilista che ha influenzato negativamente vari settori della cultura e della politica del Novecento e oltre. Eppure la sua intuizione è ancora lì per essere accolta e interpretata da noi.

Andare oltre il conflitto e trovare delle giustificazioni dal punto di vista letterario non è impresa facile, perché molte pagine di autori di ieri e di oggi vanno rilette.
Sono convinto che anche il messaggio di Gesù quale troviamo nel Nuovo Testamento ha bisogno di essere ricompreso. Mi sono soffermato sul suo messaggio solo per alcuni accenni, per ribadire e sottolineare alcuni suoi concetti fondamentali che possono aprire a un nuovo modo di pensare l’aldilà e lo stesso concetto della Risurrezione, la sua, naturalmente, e la nostra.

Nel mio sforzo di trovare conferme per un nuovo modo di superare il conflitto vita e morte all’interno del genuino pensare di Cristo stesso, mi è stato utile e preziosa l’opera di Martinelli sulla teologia di Von Balthasar: La morte di Cristo come rivelazione dell’amore trinitario.

Qui ho trovato un’interpretazione originale della morte di Cristo, legata strettamente al mistero dell’Incarnazione, anzi, alla stessa creazione del mondo e dell’uomo. Una rilettura che Martinelli espone analizzando le opere di un grande teologo come Von Balthasar.

Esattamente in questi termini l’intervento di mons. Paolo Martinelli offrirà un contributo importante sul tema per offrire delle risposte convincenti e valide, non solo per il cristiano, ma anche per ogni uomo, che, comunque, è sempre alla ricerca di quella risposta che dia senso a tutto l’arco della vita e dell’esistenza.

In apertura: Francesco Sannicandro, Cavallo, 1981, tecnica mista su legno sagomato, illustrazione di copertina del libro di Sante Ambrosi

Sante Ambrosi - 19-02-2018 - Tutti i diritti riservati

Sante Ambrosi

Teologo e storico della filosofia, è autore di diversi saggi apparsi sulla rivista "Teologia Morale". Ha inoltre pubblicato "Quale vita oltre la vita. Appunti per riflettere sulla vita dell'aldilà" (Edizioni Sant'Antonio, 2015), "Dio e l'uomo di fronte al male" (GM, 2014) e "Lo scavo interiore. Il volto umano di Cristo in Dostoevskij"" (TN, 2009).

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