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Un mondo dove tutto torna

E’ un libro che parla di futuro quello di Nicola Sordo. Tutto ruota intorno al mondo contadino, in una società e in un’economia “ciclica”, fatta di agricoltura di sussistenza, di artigianato e commercio che evolvevano senza una dispersione eccessiva di risorse ed energie

Alfonso Pascale

Un mondo dove tutto torna

Nicola Sordo è nato e cresciuto a Milano. Dopo gli studi classici e la laurea in scienze agrarie, dieci anni fa si è trasferito in Trentino, nel paese natale del nonno, Castello Tesino, dove attualmente vive. È attore, autore di teatro e cantautore. Quando lo conobbi durante un seminario sull’agricoltura sociale organizzato da Acli Terra a Borgo Valsugana, compresi immediatamente che Nicola stava facendo cose importanti per la sua comunità. E ne ho avuto conferma quando ho ricevuto il suo libro che tutti gli animatori di sviluppo locale dovrebbero leggere e studiare.

Il volume s’intitola Un mondo dove tutto torna con l’allusivo riferimento al mondo contadino che viveva in una società e in un’economia definita da Nicola “ciclica”, fatta di agricoltura di sussistenza, di artigianato e di commercio che evolvevano senza una dispersione eccessiva di risorse e di energie. Il sottotitolo spiega eloquentemente il senso dell’opera: “La memoria locale come strumento per la cura e la riprogettazione dei territori”.

Si tratta del resoconto di un’inchiesta durata dieci anni e condotta dall'autore con interviste – raccolte con un registratore – ad un centinaio di persone anziane che vivono nella Valle del Tesino. È un testo di memorie di cultura materiale locale frutto di una ricostruzione collettiva e partecipata e, dunque, più elevata e complessa rispetto a orditi e ragionamenti che si possono ottenere in una dimensione individuale.

Devo immediatamente avvertire che il libro di Nicola Sordo non ha nulla di nostalgico e non indugia in visioni bucoliche o arcadiche. È intriso di realismo contadino in cui vige la contemporaneità dei tempi e i ricordi scorrono come i fotogrammi che compongono la pellicola di un film senza un ordine cronologico ma in base ai diversi aspetti della vita materiale indagati. Già nelle prime pagine del libro, l’autore puntualizza che non vuole mettere in discussione i miglioramenti prodotti dall’uomo; non intende paragonare passato e presente e rifugge dalla dicotomia meglio/peggio. Non coltiva, dunque, alcuna propensione a tornare indietro per vivere come una volta. Piuttosto, vuole analizzare il cambiamento radicale avvenuto nella struttura sociale e nel rapporto tra uomo e territorio. Un’indagine facilitata dal senno di poi, dalle conoscenze scientifiche e dalle evidenze storiche e che permette di individuare meglio le contraddizioni che stiamo vivendo e di apportare – ecco l’indicazione generale del libro offerta ai lettori – correttivi fattibili di civiltà senza coltivare cattive utopie di indesiderabili ritorni al passato.

Lo studio parte dal tema della mobilità: la conoscenza delle vie di comunicazione della Valle del Tesino e dei mezzi di trasporto utilizzati prima della diffusione dell’automobile diventa così il racconto del territorio e del rapporto tra uomini e luoghi.

I luoghi delle acque coi loro innumerevoli nomi e i loro usi multiformi. I luoghi dei dissesti idrogeologici e delle manutenzioni continue. I luoghi del bosco dove procurarsi il cibo, i prodotti di erboristeria, la legna e dove allevare gli animali. I luoghi delle regole comuni da rispettare per un’equa ripartizione dei beni collettivi. Dai boschi si passa ai prati perché lungo i secoli spesso gli uni hanno preso il posto degli altri. E nei prati si trovano le erbe per curarsi e alimentarsi, un potenziale enorme di biodiversità che si può ricercare e catalogare solo in forma collettiva e con l’aiuto dei portatori di esperienza locali e con la supervisione di botanici ed erboristi.

Legato alle erbe è il rapporto tra uomo e animali. Ma anche tra animale e animale come si rileva in una bella frase di Dante, un ospite della casa di riposo di Castello Tesino: “Un tempo si andava fuori con le vacche su per i boschi, e dove che la vacca pestava si formava il buco, e là si fermava l’acqua, e gli uccelli bevevano”. Dagli animali si passa ai tre caseifici turnari, dove ognuno aveva il suo libro per segnare i quantitativi di latte e dove si andava a turno a trasformarlo in formaggio.

E così si arriva all’attività agricola, la cui conoscenza particolare, legata al territorio, contiene tutte le specificità locali: i nomi delle antiche varietà, le particolarità del clima, le tecniche di coltivazione, il tipo di staccionate, come osservare il cielo e prevedere il tempo, la qualità e le tipologie delle terre, le zone vocate per questa o quella cultivar e, infine, la fase delicata della conservazione per allungare il più possibile la vitalità delle risorse alimentari e permettere così all’uomo di coprire il proprio fabbisogno in ogni stagione dell’anno. Una fase che si avvale di tecniche intrecciate con le regole del risparmio energetico e l’utilizzo di energie esistenti e disponibili in natura.

Di particolare interesse è il capitolo dedicato ai rifiuti perché ci fa scoprire che gran parte di quelli oggi esistenti sono l’esito della scomparsa di molti mestieri artigianali. Sono spariti i falegnami, gli scalpellini, i tagliapietra, portatori di saperi che si trasmettevano attraverso accorti e lunghi percorsi formativi. E i manufatti industriali che sono prevalsi hanno una vita molto più breve e non vengono riparati e riutilizzati.

L’indagine affronta poi il grande tema degli scambi, senza intermediazione di denaro, di prodotti provenienti da territori diversi e con caratteristiche differenti; delle relazioni, del mutuo aiuto, della pluriattività, della condivisione degli attrezzi, delle tecnologie e del lavoro. Tutti elementi che caratterizzavano profondamente la società ciclica. E si conclude con un aspetto fondamentale della cultura rurale: quello della formazione e dell’autoformazione. Una formazione rivolta al cittadino e all’amministratore di beni comuni. Come si può, infatti, gestire il territorio senza conoscerlo profondamente? E come faranno le nuove generazioni senza che la cultura materiale venga trasmessa? Qui Nicola è puntiglioso nel delineare i tratti di una vera e propria pedagogia del territorio come correttivo di una “società dell’immagine” che sostituisce le cose, i gusti, gli odori, i profumi con l’immaterialità, il mondo virtuale. Una nuova pedagogia fondata sulla narrazione e sui laboratori della cultura materiale, dove bambini e adulti possano andare ogni giorno per ritrovarsi e ricreare comunità.

La parola “comunità” è il collante dell’intera ricerca di Nicola perché è, in definitiva, la dimensione che si è smarrita nel mondo contemporaneo e che va ricostruita in forme nuove, superando ogni logica di appartenenza e di chiusura all’altro e confrontando culture diverse senza contrapposizioni e barriere.

Il recupero della memoria della cultura materiale non deve servire per riprodurre modelli di produzione e di consumo, stili di vita da contrapporre a quelli esistenti in una sorta di arena dove dar luogo a nuove guerre di religione. Ma a rigenerare quella fraternità civile su cui si sono rette le comunità umane per fare in modo che prevalga il pluralismo degli ethos del mercato e che i modelli adottati da singoli individui o da gruppi possano dialogare, integrarsi e contaminarsi. È in questo modo che le comunità potranno crescere nel mondo globale evitando che nuovi pensieri unici pretendano di sostituire gli attuali pensieri unici. Si tratta di riprodurre in ciascuno di noi e in tutti i luoghi dove l’uomo vive la “stalla di Jòca” che - come racconta un anziano di Castello Tesino – era un ritrovo sempre aperto ad accogliere tutti, anche i viandanti occasionali a cui offrire una scodella di minestra.

Nicola Sordo, Un mondo dove tutto torna, Raccolto Edizioni, Milano 2014

 

L'illustrazione di apertura è un'opera di Nicola Dal Falco dal titolo "Noccioleto"

Alfonso Pascale - 15-05-2014 - Tutti i diritti riservati

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