20 Agosto 2017 - direttore LUIGI CARICATO - redazione@olioofficina.it

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Una interazione tra le culture

A sessant'anni dal Trattato di Roma, resta il compito di fare gli Europei per fare gli Stati uniti d’Europa. Cosa facciamo, concretamente e personalmente, perché società civile, opinione pubblica e partiti politici evolvano effettivamente nella dimensione europea?

Alfonso Pascale

Una interazione tra le culture


Se non si costruisce prima una società civile forgiata da comunità di cittadini e formazioni sociali che imparino a riconoscersi reciprocamente come europee, al di là dei confini nazionali, e che svolgano attività d’interesse generale europeo, non potranno mai nascere istituzioni politiche europee di governo legittimate democraticamente. Ma al momento non c’è una sola associazione europea che svolga effettivamente un’attività di interesse generale sovranazionale.

Se non si formano prima comunità religiose (cristiane, islamiche, confuciane, buddhiste, ecc.) che si riconoscano nei valori europei (democrazia, stato di diritto, parità di diritti e di opportunità per le donne, ecc.) e abbandonino per sempre la pretesa di accampare primati o riconoscimenti di proprie specifiche radici da sancire negli atti costitutivi europei, non potranno mai nascere istituzioni politiche europee legittimate democraticamente.

Ma oggi non c’è una sola comunità di fede che riconosca fino in fondo, nei fatti e non solo a parole, la facoltà di ricercare individualmente e liberamente la verità, l’obbligo di seguire il dettame della propria coscienza e la libertà di espressione delle proprie idee in ogni ambito (compreso quello religioso e morale) come diritti inviolabili dell’uomo da proteggere nelle costituzioni.

E non c’è una sola comunità di fede che persegua il dialogo interreligioso, rinunciando ad ogni pretesa di imporre la propria verità e assumendo invece il principio di laicità e, dunque, il criterio della razionalità/ragionevolezza nel costruire un’etica globale condivisa.

E non c’è un solo Stato europeo che favorisca e incentivi un’evoluzione di tutte le religioni verso una effettiva compatibilità dei rispettivi credi coi principi della democrazia e coi diritti inviolabili dell’uomo.

Se non si costruisce prima un’opinione pubblica europea capace di creare un orizzonte culturale comune, non potranno mai nascere istituzioni politiche europee di governo legittimate democraticamente. Ma al momento non c’è nemmeno un quotidiano che contribuisca a formare un’opinione pubblica effettivamente europea orientata ad elaborare una cultura europea comune.

Se non si costruiscono prima partiti effettivamente europei in grado di elaborare proposte di politica estera e di politica economica di dimensione europea, non potranno mai nascere istituzioni politiche europee di governo legittimate democraticamente.

Siamo in molti ad auspicare la nascita degli Stati Uniti d’Europa. Ma cosa facciamo concretamente e personalmente perché società civile, opinione pubblica e partiti politici evolvano effettivamente nella dimensione europea?

Siamo in molti ad avvertire l’esigenza di una nuova classe dirigente di rango europeo. Ma dobbiamo essere consapevoli che questa si forma inizialmente nella società civile. Non potrà mai nascere né nei partiti, né nelle istituzioni. Allora cosa facciamo concretamente e personalmente per contribuire a formarla?

L’Europa potrà diventare Unione politica se sarà una rete di reti di relazioni fra soggetti di società civile che creino una cittadinanza europea dal basso e siano sostenuti da un sistema politico (l’Unione) che agisce in modo sussidiario verso di essi. Non si può non vedere che oggi avviene del tutto il contrario.

Pochi sanno che l’UE non ha mai voluto riconoscere le associazioni europee, perché teme le formazioni sociali intermedie. L’attuale UE vuole controllare tutto e tutti attraverso un potere economico e politico invasivo. C’è un intento non detto nell’idea di super-Stato con una moneta unica che attraversa trasversalmente le culture politiche di tutti i raggruppamenti: in un super-Stato si applicherebbe esclusivamente la norma del voto democratico; cioè la regola secondo la quale il più forte imporrebbe la sua volontà.

Una federazione fondata, invece, anche sul principio di sussidiarietà tutelerebbe le singole comunità. Le quali creano beni relazionali per sé, ma li rendono disponibili e fruibili per altri, a patto che essi accettino le regole del rispetto reciproco e della responsabilità verso la socialità che costituisce il tessuto di quella comunità.

Si tratta di abbandonare l’idea di integrazione livellatrice e omologante e realizzare quella di interazione tra le culture fondata sulla reciprocità e il mutuo aiuto. Se gli Europei non si riconosceranno prima come Europei non ci sarà mai un’Europa. E le comunità di immigrati non avranno alcuno stimolo a integrarsi fino a quando non vedranno l’insieme degli Europei impegnati a integrarsi tra loro in un’Europa di tutti.

 

La foto di apertura è di Luigi Caricato

Alfonso Pascale - 26-03-2017 - Tutti i diritti riservati

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